mercoledì 23 novembre 2016

Tutte le novità dalla ricerca sul ruolo della carne nell'alimentazione umana (prima parte)

Eccomi rientrata da Roma, dove ho partecipato al Simposio Scientifico Internazionale su "Il Ruolo della Carne nell'Alimentazione Umana. Novità dalla Ricerca". E' stato un evento a dir poco illuminante, in quanto ha visto l'intervento di esperti a livello internazionale, che hanno portato il loro contributo per un'occasione di aggiornamento e chiarezza sulla carne e l'alimentazione umana, determinante proprio in un momento come questo, in cui il consumatore può trovarsi spesso disorientato a causa della cattiva informazione che circola da tempo su questi temi.

Il primo intervento è stato di Tom Brenna, Professore di Nutrizione Umana e di Chimica, presso la facoltà di Scienze Nutrizionali della Cornell University di Ithaca (New York, Stati Uniti), che ha presentato in anteprima in Italia il suo studio pubblicato sulla rivista scientifica “Molecular Biology and Evolution” (Oxford University Press), per il quale è stato analizzato il database mondiale di informazioni (1000 Genomes Project) contenente i profili genetici di popolazioni con diverse abitudini alimentari, da quelle tradizionalmente vegetariane a quelle più tipicamente onnivore.

Secondo le sue ricerche, la risposta su cosa bisogna mangiare è scritta nel nostro DNA. In particolare, coloro che discendono da antenati onnivori hanno una maggiore probabilità di essere portatori di geni che richiedono un consumo di carne e pesce per stare in salute e per questo la loro dieta richiede l’apporto di questi alimenti. Al contrario potrebbe essere rischioso passare ad una dieta strettamente priva di alimenti di origine animale.

Oltre a questo sorprendente scenario, sono emersi tanti altri spunti di riflessione interessanti. Uno di questi, sintetizzato nella foto sottostante, mostra come i cuccioli di tutti i mammiferi siano dei “carnivori obbligati”, in quanto si nutrono esclusivamente di latte, definito per le sue proprietà nutrizionali come “carne liquida”. Questo fa riflettere, soprattutto quando viene messa in dubbio la nostra capacità di poter mangiare carne, poiché anche questa è un’ulteriore evidenza del nostro “essere onnivori”.

Foto 1. Il nostro organismo “si abitua” fin da subito a nutrirsi di cibi di origine animale, dal momento che il latte, definito come “carne liquida”, è il nostro primo ed esclusivo alimento.


Foto 2: Un altro momento dell’intervento di Tom Brenna, in relazione alla sostenibilità ambientale. Viene mostrato che la quantità di bestiame per produrre carne e latte oggi negli Stati Uniti non si discosta molto dal numero di bisonti presenti nel 1800, con impatto ambientale simile.

E’ stata inoltre ribadita l’importanza nutrizionale della carne e dei prodotti animali, per il bilancio ottimale di amminoacidi per la crescita e la riparazione dei tessuti, di ferro eme altamente biodisponibile, zinco, vitamina B12 e altre vitamine del gruppo B ed un complemento appropriato di grassi, tutti nutrienti importantissimi durante le prime fasi della crescita, per lo sviluppo del cervello e per il mantenimento della funzione metabolica nell’invecchiamento. I vegani, non consumando prodotti animali, sono a rischio di carenze, se non prestano un’adeguata attenzione alla composizione della loro dieta. Nella foto sottostante Tom Brenna illustra i pro e i contro di una dieta vegana.

Foto 3. Lati negativi di una dieta vegana: deficit di nutrienti, quali acidi grassi polinsaturi omega 3 a lunga catena, calcio, vitamina D, vitamina B12, ferro, zinco e iodio. Lati positivi di una dieta vegana: pressione bassa e più basso rischio di malattie cardiovascolari, in confronto a chi consuma più della quantità raccomandata di carne, inclusa carne processata ad elevata quantità di sodio.

Infine Tom Brenna ha mostrato i punti chiave delle linee guida alimentari americane 2015-2020 (Foto 4)

Foto 4. Secondo le linee guida alimentari americane una dieta sana dovrebbe contenere una varietà di verdure da tutti i sottogruppi-verde scuro, rosso e arancione, legumi (fagioli e piselli), amido, frutta, grani, almeno la metà dei quali cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, tra cui latte, yogurt, formaggi, e/o bevande a base di soia fortificate ed una varietà di alimenti ricchi di proteine, tra cui frutti di mare, carni magre e pollame, uova, legumi (fagioli e piselli), noci, semi e prodotti di soia.

Si può notare come in nessun caso venga raccomandato di eliminare la carne o i prodotti animali, riconosciuti come parte importante di una dieta sana.
Il secondo intervento è stato di Vaclav Smil, Professore Emerito presso la Facoltà di Ambiente dell’Università di Manitoba in Canada, spiegando come il mangiare carne abbia avuto un ruolo essenziale nell’evoluzione della specie umana. Tutti i più grandi primati cacciano altri animali e questo ha favorito non solo la comunicazione e la socializzazione, ma il cibarsi di carne ha contribuito allo sviluppo fisico e cerebrale. Sia gli scimpanzé che i piccoli bonobi sono cacciatori e si nutrono di piccole scimmie, antilopi, maiali selvatici e scoiattoli, consumando in media dai 4 agli 11 kg di carne all’anno a testa.

Foto 5. Vaclav Smil mostra uno scimpanzé con in bocca la sua preda, smontando uno dei cavalli di battaglia dell’ideologia vegan, che vuole tutti i primati, tra cui l’uomo, strettamente frugivori.

Mangiare carne è dunque un retaggio evolutivo della nostra specie: siamo onnivori proprio come i nostri antenati primati, e le dimensioni del nostro cervello e del tratto digestivo sono evidenze concrete di questa realtà.

Foto 6. Le diete estreme, iperproteiche da un lato (dieta Atkins - Paleo dieta) e vegetariane o strettamente vegane dall’altro, non si accordano con la nostra eredità evolutiva.  

Foto 7. Quadri che mostrano il consumo di carne. La prima forma d'arte è nata per celebrare il sacrificio degli animali.

Secondo il Prof. Vaclav Smil, che nel 2010 è stato inserito da Foreing Policy tra i cento più importanti intellettuali del mondo, il consumo razionale di carne dovrebbe avere un futuro assicurato, armonizzando la produzione su larga scala con la tutela dell’ambiente. Riducendo i livelli medi di consumo pro capite dagli attuali 90 kg dei paesi occidentali a 30 kg pro capite si riuscirebbero a soddisfare le richieste di carne di ben 8 miliardi di persone, riuscendo ad arrivare ad un buon compromesso tra salute dell’ambiente e soddisfacimento dei bisogni nutrizionali della popolazione.

Foto 8. In Asia consumano dai 100 ai 150 grammi di carne tre volte a settimana, che corrisponde a circa 16 – 23 kg all’anno. La Francia si sta avvicinando al consumo di carne ideale, con una media di 44 kg di carne all’anno. Inoltre il 37% dei francesi sono piccoli consumatori, con 13 kg all’anno, che corrispondono a circa 245 grammi di carne a settimana.


Foto 9. Razionalizzando i consumi e la produzione di carne, verrebbero raggiunti diversi obbiettivi, tra cui il far sì che la carne sia accessibile a tutti e resti una componente importante di una dieta equilibrata. Scendendo a 25 kg pro capite si riuscirebbe a soddisfare la domanda di carne di ben 10 miliardi di persone. Meno carne, ma per tutti.


A seguire l’intervento del Prof. Giorgio Calabrese, Presidente CNSA (Comitato Nazionale Sicurezza Alimentare) e docente di dietetica e nutrizione umana (Video 1).

Video 1. Un pezzo dell’intervento del Prof. Giorgio Calabrese: “La carne fa venire il cancro? Se io prendo le verdure e le griglio fino a bruciarle o se prendo un uovo e lo faccio fritto e annerito, ottengo la stessa cosa. E’ l’alta temperatura che porta i grassi di tipo vegetale o animale ad una condizione di trasformazione negativa e le nitrosamine in quelle condizioni possono far venire il cancro. Non è la carne, ma le cattive compagnie”.

Inquietante poi la testimonianza della Dottoressa Annunziata Di Palma, Primario del reparto di Pediatria dell’Ospedale Santa Chiara di Trento, che nella sua esperienza lavorativa giornaliera vede ripresentarsi casi di malnutrizione, rachitismo, danni cerebrali e malformazioni nei bambini alimentati con diete vegetariane e vegane troppo rigide, mal condotte e senza le dovute integrazioni. Preoccupa il riapparire di malattie scomparse, come il rachitismo nei bambini, a causa di carenze di calcio e vitamina D, per il diffondersi di queste diete estreme non controllate, come anche la mancanza di vitamina B12, che è il danno più serio, perché coinvolge lo sviluppo del cervello, provocando alterazioni neurologiche fino all’atrofia cerebrale diffusa.
La Dottoressa ha presentato dei casi reali di bambini con disturbi dell’alimentazione già in tenera età, come quello di una bambina di 3 anni che, imitando i genitori, ha iniziato a selezionare il cibo e ha smesso di mangiare: un disturbo ossessivo che si traduce in disturbo sociale, con conseguente ritardo e arresto della crescita e il presentarsi di patologie ossee, oppure il caso di un lattante arrivato in reparto con convulsioni ed in evidente ritardo neuro evolutivo.
La Dottoressa ha poi espresso la sua difficoltà insieme ai suoi colleghi nel riconoscere spesso queste patologie, come l’epiglottite da emofilus in una bimba non vaccinata, proprio perché è una malattia che non si vedeva più da 20 anni o il rachitismo, quadri antichi che adesso stanno riemergendo, come se fossimo un paese del terzo mondo. Anche la comunicazione con questi genitori è difficile, spesso accecati da convinzioni errate, ma occorre far capire l’importanza di una sana alimentazione basata sul giusto equilibrio di tutti nutrienti e che spesso certe scelte possono togliere delle opportunità al bambino, facendolo crescere meno del suo potenziale genetico o nei casi gravi mettendo addirittura a rischio la sua vita.

Per ora è tutto, a presto con la seconda e ultima parte!

Nessun commento:

Posta un commento