lunedì 24 novembre 2014

La dieta alcalina

Sono nati come funghi i siti web pseudoscientifici che consigliano la cosiddetta “dieta alcalina” per stare in salute e addirittura prevenire e curare malattie anche gravi come il cancro. In che cosa consiste questo tipo di dieta? E’ davvero così miracolosa? Tutto è nato dagli studi di un certo Robert O. Young, che ha scritto un libro sull’argomento, secondo cui il cibo influirebbe sul pH dei fluidi corporei come il sangue e, per questo motivo, sarebbe importante assumere alimenti “alcalinizzanti”, per avere effetti benefici nel prevenire o curare svariate malattie. Innanzitutto bisogna premettere che il tipo in questione è un presunto medico, che conseguì una laurea on line in Medicina presso un' Università priva di riconoscimento, che è stata poi chiusa per aver imbrogliato i propri allievi e, nel gennaio 2014, è stato arrestato per truffa ed esercizio abusivo della professione medica. I sostenitori di questa dieta si appellano però al premio Nobel Otto H. Warburg, che ha scoperto nel 1931 la causa primaria del cancro e sostengono che ci sarebbe un complotto in atto per insabbiare la notizia, dato che dietro l’industria farmaceutica e la chemioterapia ci sarebbe un enorme giro di interessi economici. In realtà, il modo con cui viene descritta in rete la scoperta di Warburg è sbagliata, confondendo la causa con l’effetto. Infatti la causa del cancro non è l'acidosi, ma questa è solo la normale conseguenza a quello che poi evolve in cancro. Lui studiò a fondo il metabolismo dei tumori, in particolar modo le caratteristiche della loro respirazione cellulare.
Scrisse anche “La prima causa e la prevenzione del cancro” in cui dimostrò come causa primaria del cancro la carenza di ossigeno. La sua teoria perse di interesse quando Alfred George Knudson, in seguito ai suoi studi sul retinoblastoma infantile, sviluppò la cosiddetta "teoria di Knudson” che ipotizzava che la causa del cancro fosse da imputare all'accumulo di mutazioni del DNA cellulare, ipotesi che è attualmente quella tenuta più in considerazione dalla comunità scientifica. Il Nobel, comunque, gli è stato dato per aver studiato il metabolismo e la respirazione cellulare e non per aver trovato la causa del cancro ed è considerato il padre dell'attuale teoria che il cancro nasce da una "cellula impazzita". Ma vediamo quali sono gli alimenti che secondo i sostenitori della dieta alcalina dovrebbero acidificare e quali invece gli alimenti alcalinizzanti. Andando su vari siti pro-vegan o crudisti sono pubblicate svariate tabelle in cui vengono suddivisi i cibi in queste due categorie. Metto qui di seguito una delle tante che ho trovato in rete e che ho scelto perché più sintetica, ma confrontando tra loro le tabelle appartenenti a siti diversi, ho notato un po’ di confusione. Inoltre nessuno spiega con chiarezza perché un alimento acido, come ad esempio il limone, dovrebbe invece essere alcalinizzante.
 
 

La realtà è che questa dieta è completamente priva di senso e di supporto scientifico. Innanzitutto il solo alimento alcalino comunemente utilizzato è l’albume, mentre quasi tutti gli altri, sia di origine vegetale che animale, sono acidi, ma il pH degli alimenti non ha alcuna influenza sul pH del nostro sangue. Esso infatti possiede un pH di 7.4 e se questo valore diminuisse o aumentasse  anche di poco, andremmo incontro alla morte, in quanto i processi che ci consentono di sopravvivere smetterebbero di funzionare. In realtà il nostro pH non è fisso, ma può variare per alcuni minuti senza provocare danni, però viene subito riportato nella norma da una serie di meccanismi. Il corpo umano infatti possiede i mezzi per correggere piccole variazioni di pH che avvengono ogni giorno. Dopo aver mangiato una qualsiasi pietanza, questa arriva nello stomaco, dove viene attaccata dai succhi gastrici, che sono molto acidi (pH tra 1 e 2). Quindi anche se ingeriamo un alimento basico, la sua alcalinità viene subito neutralizzata dai succhi gastrici che lo acidificano. Ma ipotizziamo che un alimento riesca a mantenere la sua alcalinità anche dopo il passaggio attraverso lo stomaco, fino a riuscire a far variare il pH del sangue, si metterebbero immediatamente in moto tutti i meccanismi per riportare il pH ai valori normali. Ma ipotizziamo ancora che questi meccanismi non funzionino, per cui l’alimento riesce a rendere alcalino il nostro sangue, basterebbero pochi minuti per andare in alcalosi metabolica, condizione che porterebbe alla morte in breve tempo. Per fortuna non esistono alimenti con questo potere, ma se ci fossero, sarebbero velenosi e mangiarli significherebbe morire, altro che salute! Quindi non serve assolutamente a nulla consumare cibi e bevande che abbiano un pH alcalino, perché l’eventuale acidità o basicità di un alimento non influenza il pH del nostro sangue. Se una persona decidesse di nutrirsi con una dieta fortemente alcalina, potrebbe spostare il pH del suo sangue di poco verso la basicità, ma solo per brevissimo tempo e quindi non si avrebbe alcun beneficio. Per questi motivi non è possibile alcalinizzare il sangue e comunque non fa bene alla salute tentare di farlo. Altrimenti basterebbe mangiare un pomodoro per rendere acido il plasma sanguigno e morire, o sarebbe sufficiente assumere del bicarbonato di sodio per rendere il sangue basico e avvelenarsi. Quindi siamo di fronte all’ennesima bufala ed è dovere morale di una persona sana di mente evitare di diffonderla ulteriormente. Anzi, siccome questa dieta tende a favorire alcuni alimenti anziché altri, non solo è poco bilanciata e carente di nutrienti, ma il pericolo maggiore sta nel fatto che, chi ci crede ed è purtroppo malato, potrebbe pensare di poter guarire semplicemente cibandosi di verdure e bevendo frullati, anziché sottoporsi alle attuali terapie di comprovata efficacia, con gravi conseguenze per la sua salute. La disinformazione uccide e non c’è nessun complotto in atto. Chi sostiene di aver avuto dei benefici nell’aver intrapreso questo tipo di alimentazione, probabilmente è perchè la dieta alcalina tende a privilegiare le verdure, in particolare crude, alcuni tipi di frutta e legumi e ad evitare i cibi grassi e pesanti, ma si tratta di cose già ovvie e raccomandate da tutti i Nutrizionisti e il pH non c’entra.  Secondo l'Academy of Nutrition and Dietetics statunitense il privilegiare i vegetali e l'attività fisica di questa dieta è l’unico aspetto positivo, ma non è considerata una dieta valida, bilanciata e salutare. Il libro di Young è un insieme di colossali errori alimentari e per l'American Institute for Cancer Research l'affermazione che la dieta può significativamente cambiare l'acidità del sangue è contraria a tutte le nostre conoscenze sulla chimica del corpo umano. Esistono in commercio alcuni integratori che pretenderebbero di alcalinizzare l’organismo e in America è in vendita anche la miracolosa acqua alcalina, ma naturalmente assumerla è completamente inutile, quindi attenzione a non prendere per oro colato tutto quello che la moda vegan vi propina sul web.  
 
FONTI
“Salute e bugie” di Salvo Di Grazia
 

lunedì 17 novembre 2014

8 cibi che rischiamo di non mangiare più

Purtroppo a causa del riscaldamento globale e dei conseguenti cambiamenti climatici, ci sono degli alimenti che rischiamo seriamente di non mangiare più, oppure sarà sempre più costoso e quindi un privilegio potervi accedere. A causa dell’aumento delle temperature e delle sempre più frequenti alluvioni, ci saranno colture che non sarà più possibile praticare e altre che si trasferiranno verso luoghi più favorevoli. Secondo David Lobell, direttore del “Center on Food Security and the Environment” dell’Università di Stanford, l’agricoltura è molto sensibile al clima e gli effetti sul sistema alimentare sono già evidenti. Il fattore determinante è l’aumento dell’anidride carbonica: «Dal momento che per la fotosintesi clorofilliana l’anidride carbonica è fondamentale, in molti hanno sostenuto che l’aumento non possa che giovare all’agricoltura. Ma si raggiunge un punto oltre il quale la Co2 non aiuta. Inoltre altri fattori – come la scarsità d’acqua o le oscillazioni vertiginose della temperatura – vanificano i benefici dell’aumento dell’anidride carbonica». Lobell ha già notato gli effetti del cambiamento climatico su alcune colture: «I dati del rendimento di frumento e mais hanno registrato cali significativi, così come anche la frutta. Gli alberi da frutto richiedono infatti momenti di freddo per una produzione ottimale. Se non vivono alcune giornate invernali, la produzione cala e gli effetti ricadono sui prezzi». Secondo Lobell e secondo alcuni studi a sostegno delle sue tesi, ci sarebbe una lista di alimenti che rischiano maggiormente per gli effetti procurati dalla siccità e dal riscaldamento globale, a tal punto che potrebbero sparire per sempre dalle nostre tavole.
 
Tra questi troviamo il mais e gli animali che mangiano mais, lo sciroppo d’acero, fagioli, ciliegie, frutti di mare, caffè, cioccolato e vino. L’innalzamento della temperatura avrebbe già causato un significativo rallentamento della crescita del mais, mentre i cambiamenti nel clima tropicale stanno mettendo in serio rischio la produzione di caffè e cioccolato. Quest’ultimo in particolare non sparirà del tutto, ma diventerà sempre più un lusso, dato che la minor produzione si tradurrà in un aumento smisurato dei prezzi. Alcuni studiosi affermano che la produzione del caffè potrebbe spostarsi in Asia, mentre per quanto riguarda la coltivazione africana, questa potrebbe subire un calo di oltre la metà fino alla totalità della produzione. Anche i frutti di mare, a causa del crescere del grado di acidità degli oceani, rischiano fortemente, per la compromissione del loro habitat naturale e di tutto il sistema acquatico. Le ciliegie, i fagioli e la viticoltura sono molto sensibili ai cambiamenti delle temperature e stanno soffrendo non poco. Si stima che in Australia e in California entro il 2050 oltre il 70% della terra potrebbe non essere più idonea alla coltivazione della vite. Come possiamo allora noi consumatori contribuire ad evitare che tutto questo accada? Nel nostro piccolo possiamo fare molto, come ad esempio acquistare alimenti che sono stati prodotti con metodiche sostenibili e rispettose dell’ambiente. Potete scaricare qui delle utili guide al consumo consapevole e nel frattempo fare anche una bella scorpacciata di tutti questi cibi prima che svaniscano!!!
 
 

Etichettatura: quali informazioni volete trovare sui prodotti?

Finalmente i cittadini hanno voce in capitolo riguardo la tracciabilità degli alimenti, in quanto potranno esprimere la loro opinione attraverso un questionario di 11 semplici domande sull'importanza dell'origine e della tracciabilità dei cibi, indetto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Andando sul sito del Ministero infatti sarà possibile accedere a questa consultazione pubblica on line riguardo l'etichettatura dei prodotti agroalimentari. I consumatori, i produttori e gli operatori di tutta la filiera potranno far sapere il proprio punto di vista e i risultati saranno utilizzati ai fini delle scelte nazionali che dovrà fare l'Italia e che verranno presentate a Bruxelles in attuazione del nuovo Regolamento sull'etichettatura, che entrerà in vigore il 13 dicembre 2014. L'iniziativa  infatti ha l'obiettivo non solo di coinvolgere la collettività su una questione decisiva come la trasparenza delle informazioni sugli alimenti, ma anche quello di allinearsi ai principi dell'Unione Europea, dove la condivisione dei contenuti delle decisioni pubbliche costituisce da tempo una prassi consolidata. "Diamo voce ai cittadini su un tema fondamentale come l'etichettatura e la trasparenza delle informazioni sul cibo - ha dichiarato il Ministro Maurizio Martina - Con la consultazione pubblica gli italiani potranno esprimere per la prima volta la loro opinione sulla tracciabilità e sull'origine dei prodotti agroalimentari. Non si tratta di un questionario puro e semplice, ma di uno strumento di condivisione con i consumatori degli indirizzi politici su una materia che incide sulla vita di ogni giorno. Il nostro obiettivo è accelerare sulla legge sull'etichettatura, in linea con le nuove disposizioni dell'Unione Europea. L'etichettatura, infatti, è uno strumento essenziale per il patrimonio agroalimentare italiano, così come la valorizzazione dell'origine, che per il “Made in Italy” è fondamentale". Vi invito quindi a compilare il questionario e a diffondere il più possibile la notizia.
 
 
FONTI
 

sabato 15 novembre 2014

L'inganno della dieta vegana

Navigando su internet ho notato che stanno crescendo in modo esponenziale i siti web che esaltano la dieta vegana, pubblicando tabelle nutrizionali che mettono a confronto i nutrienti contenuti nei vegetali con quelli contenuti nei prodotti di origine animale, in cui questi ultimi ne escono nettamente sconfitti. Ho trovato queste tabelle molto diffuse anche sui social network, pubblicate da pagine sulla dieta vegana e condivise a raffica da vegani. Osservandole, sembra che si possa fare benissimo a meno di carne, latte e uova, prendendo tutto ciò che ci serve dal mondo vegetale. In questo caso, il mio senso del dovere mi impone di intervenire contro questa pericolosa disinformazione, che trae in inganno il lettore, che non è esperto di nutrizione e magari, incuriosito dallo stile di vita vegano, è ricorso proprio ad internet per cercare informazioni a riguardo e valutare se intraprendere o meno questo tipo di alimentazione.

 
In questa tabella “Da dove prendi le proteine?” vengono mostrati i 10 alimenti vegetali col maggior contenuto di proteine. Si nota subito che, stando a questi dati, negli spinaci e nei broccoli ci sarebbe addirittura il doppio delle proteine della carne, seguiti da cavolfiori, funghi, zucchine, peperoni e pomodori. La carne e le uova invece in netto svantaggio. Come è possibile? Una madre che vede questa tabella pensa che, per far crescere il proprio bambino sano e forte, basta servirgli un bel piatto di broccoli. Purtroppo queste percentuali stratosferiche di proteine sono state calcolate senza considerare l’acqua contenuta nei vegetali, sapendo che essi ne contengono circa l’85-90%, per cui calcolare furbescamente le proteine togliendo l'acqua significa moltiplicare per otto o per dieci i contenuti percentuali reali. I valori di carne, pollo e uova, invece, sono stati calcolati sul prodotto fresco e quindi contenente l’acqua. I dati così ottenuti sono alterati, facendo sembrare che i vegetali siano talmente ricchi di proteine da sbaragliare i prodotti di origine animale. E’ un metodo rozzo ma di grande effetto, soprattutto per cercare di convincere il lettore, che ritrovandosi inevitabilmente di fronte a queste tabelle, pensa che sia inutile cibarsi degli alimenti di origine animale per ottenere proteine, ferro, calcio e alcune vitamine, perché i vegetali sarebbero già di per sé ricchi di elementi nutritivi essenziali e anzi, alcune verdure sarebbero addirittura più ricche di proteine. Stessa situazione in quest’altra tabella “Da dove prendi il ferro?”, dove ho riportato in rosso i dati corretti, ricavandoli da tre fonti: il database dei valori nutrizionali degli alimenti dell'USDA (United States Department of Agricolture), la Banca dati di composizione degli alimenti dell'INRAN e da prodotti di marca, confezioni degli alimenti stessi e dai siti dei rispettivi marchi.

 
 

La soia per esempio è stata messa insieme ai ceci, pesche secche e anacardi, con un valore di ferro tra 6 e 6,9. In realtà la soia contiene solo 2,1 mg di ferro. Viene utilizzata come sostituzione della carne e del latte dai vegani, ma in realtà essa non solo è priva di proteine complete, di zinco e ferro, ma contiene anche composti che bloccano l'assorbimento di proteine, zinco e ferro degli altri cibi e aumenta le richieste da parte del corpo di vitamina D e B12, elementi essenziali per la crescita e lo sviluppo normali, di cui i vegani rischiano già di per sé di andare incontro a carenza. E’ importante sottolineare che comunque il contenuto in ferro lascia un po’ il tempo che trova. Ciò che conta, infatti, non è tanto la quantità di ferro presente in un dato alimento, ma la sua biodisponibilità, cioè la percentuale effettiva che il nostro organismo riesce ad assorbire e ad utilizzare. Nei vegetali infatti il prezioso minerale è complessato ad altre sostanze che ne limitano fortemente l'assorbimento. Quindi, prima di chiedersi quali siano gli alimenti più ricchi di ferro, occorrerebbe sapere che acido fitico e fitati, acido ossalico e ossalati sono sostanze contenute negli alimenti vegetali e in modo particolare nel cacao, cereali integrali, spinaci, legumi e rabarbaro, che riducono fortemente l’assimilabilità del ferro e anche zinco, calcio e la fibra, contenuti nei vegetali limitano altamente la sua biodisponibilità. La vitamina C, zuccheri e amminoacidi invece aumentano l'assorbimento del ferro. Nella carne il ferro è in forma bivalente “eme”, assimilabile dal nostro intestino in percentuali tra il 10 ed il 35% , mentre il ferro nei vegetali è in forma trivalente “non eme”, assimilabile dal nostro intestino solo per il 2 - 10%. Quindi anche se alcuni vegetali presentano un contenuto in ferro molto più alto rispetto alla carne, in realtà è solo la carne che fornisce ferro molto assimilabile. Soprattutto le interiora degli animali sono una miniera di ferro altamente biodisponibile.

Mg di ferro in 100 g di prodotto
Cuore di pollo
9 mg
Fegatini di pollo
8,99 mg
Milza di maiale
22,32 mg
Polmone di maiale
18,9 mg
Rene di maiale
4,89 mg
Coniglio in fricassea
4,85 mg
Fegato di tacchino
12 mg
Cuore di tacchino
4,19 mg
Milza di vitello
9,32 mg
Fegato di vitello
6,4 mg
Polmone di vitello
5,23 mg
Cuore di vitello
4,24 mg

 

In quest’altra tabella invece, anche questa presa da siti pro-vegan e condivisa con fierezza da vegani sui social, viene messo a confronto il manzo coi broccoli, dove si vede subito che i vegetali sono favoriti quanto a proteine e microelementi, con un vantaggio per i broccoli di quasi cinque volte la carne. Ma anche qui viene utilizzato un modo scaltro per ingannare i lettori.
 

 
Come viene specificato sotto il titolo, scritto con caratteri molto piccoli “Analisi nutrizionale basata sull’assunzione di 100 Kcal di alimento”, i dati sono stati espressi per 100 Kcal e non per 100 grammi di prodotto, come si usa di solito per esprimere un contenuto nutrizionale. In questo modo è ovvio che i broccoli, essendo poco calorici, vengano favoriti, in quanto per arrivare a 100 Kcal bisogna ingerirne una quantità maggiore rispetto alla carne e cioè circa 300 grammi, mentre della carne, essendo più calorica, bastano 47 grammi per arrivare a 100 Kcal. Quindi il confronto è impari, ma riportandolo ad armi pari e cioè per 100 grammi di prodotto fresco, ecco che la carne riacquista la sua dignità, apportando 20,64 grammi di proteine contro un misero 2,82 grammi dei broccoli. Riporto qui di seguito il confronto reale tra manzo e broccoli.  
 


100 grammi di prodotto
Broccoli
Controfiletto di manzo
Proteine
2,82 g
20,64 g
Calcio
47 mg
24 mg
Ferro
0,73 mg
1,51 mg
Magnesio
21 mg
21 mg
Potassio
316 mg
321 mg
Fibre
2,6 g
0 mg
Folati
63 mcg
11 mcg
Vitamina B2
0,117 mg
0,112 mg
Niacina
0,639 mg
5,516 mg
Zinco
0,41 mg
3,54 mg
Vitamina C
89,2 mg
0 mg
Vitamina A
623 IU
0 IU
Vitamina E
0,78 mg
0,31 mg
Colesterolo
0 mg
65 mg
Grassi saturi
0,039 g
2,822 g


Se parliamo di amminoacidi essenziali, che devono essere introdotti obbligatoriamente con la dieta perché il nostro organismo non è in grado di sintetizzarli, sono presenti nella carne quasi 9 volte in più rispetto ai broccoli. La metionina è presente 14,2 volte di più e anche di amminoacidi non essenziali, ma comunque importanti, soprattutto per la crescita dei bambini, sono presenti in percentuali dalle 7 alle 13 volte superiori rispetto ai broccoli. Inoltre la carne contiene l’importantissima  vitamina B12, completamente assente nel mondo vegetale, per cui i vegani hanno necessità di assumere integratori. Quindi le mamme che hanno visto queste tabelle, forse adesso si renderanno conto che per la crescita ossea e muscolare dei loro bimbi non basta un piatto di broccoli. Questi sono ottimi e perfetti come contorno e in modo particolare proprio della carne, dato che osservando i dati nutrizionali reali, si può notare come questi due cibi si completino a vicenda e quindi ideali ad essere assunti contemporaneamente, fornendo al nostro organismo tutto ciò di cui ha bisogno. Rispetto le persone che sono vegane per motivi etici, religiosi o per altre ragioni, perché ognuno della sua vita fa ciò che vuole, ma non capisco il perché pubblicare dati fasulli o manipolati un po’ furbamente, forse allo scopo di far credere che la propria scelta di vita sia la migliore e per questo cercare di convincere con ogni mezzo anche gli altri. Infatti penso che l’intenzione sia proprio quella di persuadere le persone che i prodotti di origine animale siano inutili dal punto di vista nutrizionale e che anzi i vegetali siano di gran lunga più nutrienti. Navigando su internet ho constatato che questo tipo di tabelle nutrizionali alterate sono molto diffuse e i siti sono pieni di informazioni purtroppo scorrette. Anche sul contenuto in calcio dei vegetali, ho trovato dati vergognosamente raddoppiati, a discredito di latte e derivati, esaltando l’esorbitante quantità di calcio nelle verdure. A questo proposito vorrei specificare che la Vitamina D, alcuni aminoacidi e la presenza di zuccheri, in particolare proprio di lattosio, lo zucchero del latte, facilitano l’assorbimento del calcio, mentre gli ossalati, fitati, fosfati e la fibra contenuti nei vegetali, ne limitano fortemente la biodisponibilità. A voi dunque le conclusioni. Forse bisognerebbe essere più onesti con se stessi e ammettere che la dieta vegana non è completa per l’essere umano, sottoponendolo a gravi carenze, se non vengono assunti integratori. Se volete passare a questo stile di vita siete liberissimi di farlo, l’importante è che sappiate che il Regno Vegetale da solo non è in grado di darvi tutto ciò di cui il vostro organismo necessita. Inoltre vi consiglio di non affidarvi ad internet, ma di andare da un bravo Nutrizionista che vi segua con professionalità.
 
FONTE
 

lunedì 10 novembre 2014

Mipaaf: approvato il decreto attuativo per la nuova PAC 2014-2020

Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali rende noto che è stato approvato il decreto attuativo per la nuova Politica Agricola Comune (PAC) per gli anni 2014-2020. Le principali novità riguardano il ricambio generazionale, con sostegni ai giovani imprenditori agricoli, cioè con età inferiore ai 40 anni e regime semplificato per i piccoli agricoltori; misure a favore delle zone montane, tutelandone il territorio, l’agricoltura e mantenendo la vitalità dei contesti più a rischio, creando le condizioni per lo sviluppo; incentivi ai sistemi produttivi più sostenibili, con maggiore attenzione ai problemi riguardanti il benessere animale, la qualità degli alimenti e pagamenti diretti ai settori più in difficoltà. Invece non riceveranno più pagamenti diretti PAC gli aeroporti, servizi ferroviari, impianti idrici, servizi immobiliari, terreni sportivi e aree ricreative permanenti, soggetti che svolgono intermediazione bancaria, finanziaria e/o commerciale, società, cooperative e mutue assicurazioni che svolgono attività di assicurazione e/o di riassicurazione. Gli agricoltori che hanno diritto al regime di pagamento di base dovranno rispettare le pratiche agricole "greening" che prevedono diversificazione delle colture, mantenimento prati permanenti e aree di interesse ecologico.
I principali settori interessati dagli interventi per favorire la sostenibilità e la competitività sono la Zootecnia da carne e da latte, colture proteoleaginose e proteiche da granella ed erbai annuali di leguminose, grano duro, riso, barbabietola da zucchero, pomodoro da industria e l’Olivicoltura. Per la tutela dell’ambiente c’è il rilancio di un piano proteico nazionale, a favore di produzioni con minor input chimici e, in particolare, si vuole favorire la coltivazione di soia OGM free italiana. "Abbiamo fatto scelte non banali - ha dichiarato il Ministro Maurizio Martina - nel contesto di una riforma della PAC che non è quella che avremmo desiderato. Ora sarà importante il lavoro di coordinamento con le Regioni, perché fino al 2020 abbiamo a disposizione 52 miliardi di euro con cui proiettare nel futuro il nostro modello agricolo. Dovremo spendere bene e nei tempi stabiliti le risorse, perché gli sprechi non sono più ammissibili. Stiamo lavorando anche su azioni concrete di semplificazione proprio per andare incontro alle esigenze delle aziende nell'ottimizzazione dell'utilizzo dei fondi UE". Sul sito internet del Ministero è stato pubblicato anche un vademecum per gli agricoltori in cui sono illustrate tutte le novità relative ai Pagamenti diretti che valgono per l'Italia circa 23 miliardi di euro nel periodo 2015-2020. 


FONTE
 
 

domenica 9 novembre 2014

La Dieta Mediterranea

La Dieta Mediterranea è un modello nutrizionale che affonda le sue radici nel passato, ispirato ai modelli alimentari tradizionali, che hanno accompagnato per millenni i popoli del bacino del Mediterraneo (Italia, Grecia, Spagna e Marocco). Essa si basa sul consumo di cereali (da preferire integrali) come pasta, riso, mais, orzo, farro, avena, quinoa e miglio; pane, cous-cous, burghul, verdura e frutta fresca di stagione, frutta secca, erbe aromatiche, legumi, olio d'oliva (meglio se extra-vergine), pesce, latte e derivati, uova, carne (da privilegiare le carni bianche, come pollo, tacchino e coniglio) e vino (in particolare il vino rosso) in quantità moderate.
Si tratta di un regime alimentare molto vario, una sintesi equilibrata di alimenti naturali e sani, che apporta un alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, carboidrati, fibra e un basso apporto di acidi grassi saturi. I nutrienti, le fibre e i polifenoli contenuti negli alimenti della Dieta Mediterranea sono dei validi alleati della nostra salute e ci proteggono dalle più diffuse patologie croniche, metaboliche e tumorali, ritenuto per questo il migliore modello nutrizionale da seguire. Il primo a intuire la connessione tra alimentazione e malattie come diabete, bulimia e obesità, fu il medico nutrizionista Lorenzo Piroddi, considerato il "padre" della dieta mediterranea. Qualche anno dopo, lo scienziato americano Ancel Keys aveva notato una bassissima incidenza di malattie delle coronarie presso gli abitanti di Nicotera e dell'isola di Creta, nonostante l'elevato consumo dei grassi vegetali forniti dall'olio d'oliva e avanzò l'ipotesi che ciò fosse da attribuire al tipo di alimentazione caratteristico di quell'area geografica. Prese così avvio la famosa ricerca "Seven Countries Study", basata sul confronto dei regimi alimentari di 12.000 persone, di età compresa tra 40 e 59 anni, sparse in Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Jugoslavia. I risultati dell'indagine evidenziarono che la mortalità per infarto era molto più bassa presso le popolazioni mediterranee. Questo perché i popoli che vivono nelle nazioni del Mediterraneo consumano quantità relativamente elevate di grassi ma, nonostante ciò, hanno minori tassi di malattie cardiovascolari, in quanto la gran quantità di olio d'oliva usata nella cucina mediterranea controbilancia almeno in parte i grassi animali. L’olio d'oliva costituisce il  grasso principale della Dieta Mediterranea, fornendo effetti benefici sull’organismo, grazie ai polifenoli, dalle proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, contrastando l’invecchiamento, le malattie cardiovascolari, l’arteriosclerosi e abbassando i livelli di colesterolo nel sangue. Il consumo moderato di bevande alcoliche, in particolare vino durante i pasti, sembra essere un altro fattore protettivo, grazie alla presenza di antiossidanti.
Il vino, bevanda storica del bacino del Mediterraneo, veniva prescritto già da Ippocrate per la cura delle ferite e come bevanda nutriente, antipiretica, purgante e diuretica. I nostri antenati quindi possono darci qualche lezione a tavola, come ad esempio gli antichi Romani e gli abitanti di Pompei, la cui alimentazione si basava su pane, olio, vino (il “nettare degli Dei’, protagonista della tavola degli antichi Romani) e formaggio, con qualche rara aggiunta di pesce o di carne. Alcuni dei composti polifenolici, presenti in modo particolare nel vino rosso, sono ritenuti responsabili della riduzione del rischio cardiovascolare, grazie alla riduzione del colesterolo cosiddetto “cattivo” e all’incremento del colesterolo cosiddetto “buono”. In un solo bicchiere di vino possiamo trovare la stessa quantità di polifenoli che ci sono in  2 tazze di the verde, 5 mele, 5 cipolle, 5 melanzane, mezzo litro di birra, 7 bicchieri di succo d’arancia, 20 bicchieri di succo di mela. Gli studi più importanti sul rapporto tra consumo di vino e mortalità dimostrano che il vino esercita un effetto positivo sulla longevità, riducendo quasi del 50% il rischio di mortalità. La ricerca sulla Dieta Mediterranea ha fatto notevoli progressi negli ultimi anni e dopo aver appurato che essa è un toccasana per la salute cardiovascolare, aiutando a prevenire ipertensione, infarto, ictus, diabete, tumori (colon retto, mammella, prostata, pancreas, endometrio) e probabilmente anche allergie e asma, recenti studi ne segnalano i potenziali effetti protettivi anche sul cervello, contribuendo a prevenire il declino cognitivo, uno stadio tra il normale invecchiamento e la demenza, riducendo le possibilità di sviluppare la malattia di Alzheimer. Studi confermerebbero i benefici di questo tipo di alimentazione anche per i più piccoli (anche se purtroppo allo stato attuale sembrerebbe che essa venga seguita più dai bambini svedesi che da quelli del Mediterraneo): la pasta infatti, fonte di carboidrati complessi e proteine, si abbina perfettamente con l’olio, pomodoro, formaggio, ma anche con legumi, verdure, carne e pesce, che aggiungono proteine nobili, lipidi, licopene, fibre, amidi e antiossidanti, tutto ciò di cui un bambino ha bisogno per crescere, riducendo anche i livelli di obesità infantile.

Per tali ragioni è possibile affermare che la Dieta Mediterranea svolge un ruolo fondamentale sullo stato di salute dell’uomo, sulla sua longevità e qualità di vita, migliorando lo stato di salute generale della popolazione, che si traduce anche in una diminuzione della spesa sanitaria nazionale, con grandi vantaggi economici e sociali. Inoltre è stato documentato che si tratta di un modello alimentare sostenibile, in quanto l'impatto ambientale della Dieta Mediterranea è inferiore a quello di altri tipi di diete, basandosi sul rispetto per il territorio e la biodiversità. Quindi questo stile di vita ha effetti benefici sulla sfera sociale, economica ed ambientale. Nel 2005 è nato l’Istituto Nazionale per la Dieta Mediterranea e la Nutrigenomica (I.N.D.I.M), con sede a Reggio Calabria e svolge attività di formazione, ricerca scientifica, ed informazione, con lo scopo di promuovere il modello alimentare della Dieta Mediterranea ed effettuare studi per la valutazione della sua efficacia per la cura di patologie e per il benessere umano. L’ I.N.DI.M. dispone di laboratori di ricerca altamente specializzati, tra cui laboratori di genomica nutrizionale, di analisi biochimico-cliniche, di chimica degli alimenti e laboratori di analisi statistiche, dove vengono svolti programmi di ricerca ad alto impatto tecnologico. Inoltre è alta la partecipazione a convegni e conferenze importanti, per sostenere la promozione e la diffusione dei risultati di ricerca scientifica condotta. Nelle attività di ricerca sono impegnati esperti di Fisiologia, Scienza della Nutrizione ed Alimentazione Umana, Gastroenterologia, Cardiologia, Endocrinologia, Medicina Interna, Farmacologia, Biologia, Chimica, Tecnologia Alimentare, Biochimica, Psicologia, Medicina dello Sport, Statistica, Archeologia, Antropologia, Geografia. Nel 2008, il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, ha riconosciuto la Dieta Mediterranea come dieta di riferimento e nel 2010 è stata definita l'associazione tra il modello alimentare mediterraneo e l'espressione di alcuni geni che controllano l'infiammazione e l'aterosclerosi, fornendo le basi con cui la nutrizione molecolare offre una prospettiva efficace d'intervento, definendo l'apporto di nutrienti specifici in base al fabbisogno energetico e al patrimonio genetico individuale. La Fondazione Dieta Mediterranea è la prima fondazione in Italia e nel mondo che ha come scopo la promozione, la tutela e la ricerca sulla Dieta Mediterranea, che non si limita ad essere solo un modello alimentare, ma è una tradizione antica, un ricchissimo patrimonio di sapere, diventato parte integrante della vita culturale dei popoli mediterranei, tant’è che il 16 novembre 2010, l'Unesco ha incluso la Dieta Mediterranea nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Si tratta di un riconoscimento importante, che consente di accreditare il meraviglioso stile di vita mediterraneo come eccellenza mondiale. Dato però il continuo cambiamento dei comportamenti alimentari, in un mondo in cui si assiste sempre più ad una mescolanza delle diverse culture, è necessario salvaguardare e trasmettere questo grande patrimonio alimentare italiano alle future generazioni.
Per questo, è nato un accordo allo scopo di definire e divulgare l’identità della Dieta Mediterranea durante EXPO 2015. Il progetto MED DIET EXPO 2015 verrà presentato il 14 Maggio 2015 al padiglione Italia per poi svilupparsi durante i 6 mesi di EXPO 2015, attraverso iniziative culturali e scientifiche e percorsi divulgativi ed educativi, che si svolgeranno sia nel Padiglione Italia, che sul territorio nazionale nell’ambito di EXPO, rivolti a istituzioni, aziende, associazioni e al pubblico. Verranno affrontante interessanti tematiche, quali nutrizione e sicurezza alimentare, sostenibilità, innovazione ed evoluzione.  Vista l’attenzione crescente riguardo a queste tematiche è stato istituito il Primo Expo Mondiale della Dieta Mediterranea 2016 che concentrerà le sue attenzioni sul diritto dell'uomo all'accesso al cibo sano. Una dieta per niente restrittiva dunque, che rappresenta l’insieme di conoscenze e tradizioni alimentari millenarie di ogni comunità, rimaste costanti nel tempo e che si tramandano di generazione in generazione, promuovendo la qualità degli alimenti e la loro caratterizzazione territoriale, ma anche l'interazione sociale e la convivialità, poiché il mangiare insieme è alla base delle festività condivise da una comunità. E se come diceva Paracelso, “è la quantità che fa il veleno”, la Dieta Mediterranea è innanzitutto sobrietà. Secondo gli esperti circa il 30-40% dei tumori è causato da ciò che beviamo e mangiamo, mentre l’inquinamento influirebbe solo per un 2%. Dobbiamo quindi imparare a condurre uno stile di vita il più sano possibile e secondo molti studiosi la Dieta Mediterranea è il modello alimentare più efficace per mantenersi in salute e prevenire molte malattie.

 
 
FONTI
 
 
 
 
 

giovedì 6 novembre 2014

Nasce eBay Gusto

Sempre più italiani iniziano ad acquistare online vino, pasta, formaggi e sono maggiormente attivi soprattutto durante il periodo pre-natalizio. Per questo, con l'avvicinarsi delle feste e quindi del tempo dei regali, il famoso sito di e-commerce eBay ha deciso di lanciare eBay Gusto, una nuova sezione completamente dedicata a cibo e vino, con lo scopo di valorizzare le eccellenze italiane, rispettando il Protocollo per la tutela delle produzioni DOP e IGP, sottoscritto tra eBay, il Ministero delle Politiche Ambientali, Agricole e Forestali e l'Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche. Una grande sfida per promuovere la cultura del cibo di qualità "Made in Italy" ed eBay Gusto potrebbe rivelarsi un canale ottimale in tutto il mondo. Entrando nella sezione Gusto di eBay si può subito navigare nel mondo dell’enogastronomia, tra formaggi, salumi, con oltre 1.000 etichette di vini di grandi cantine a prezzi abbordabili, un vero antidoto alla crisi per clienti e imprese.
 

 

lunedì 3 novembre 2014

I nuovi libri di Giorgio Calabrese e Beppe Bigazzi

Vorrei pubblicizzare questi due libri che secondo me vale la pena di leggere.
Il primo, "Dimagrire con la dieta mediterranea" del Professor Giorgio Calabrese, dietologo e nutrizionista. Un libro scritto insieme alla moglie, tecnologa alimentare laureata in teologia, che propone non solo la dieta mediterranea come stile alimentare corretto ed equilibrato, ma unisce al benessere fisico anche il benessere della mente e dell'anima.
Quindi sani, belli ma anche soprattutto sereni grazie alla dieta mediterranea, che dal benessere fa raggiungere il "bellessere".


Il secondo, "Bugie e verità in cucina" di Beppe Bigazzi, in cui lui racconta le storie più gustose e propone le ricette più amate della sua vita. Un libro alla scoperta dei sapori semplici che fanno parte di quella cultura contadina che è alla base dell'identità gastronomica italiana e dei prodotti genuini, difesi e promossi contro mode effimere, globalizzazione e pregiudizi. In oltre 120 ricette del cuore, Bigazzi racconta le autentiche verità della cucina tradizionale italiana, smascherando le tante bugie che oggi inquinano e stravolgono la nostra alimentazione. Una storia personale che diventa una guida esemplare al mangiar bene, sano e responsabile.

  

Piano nuovi investimenti filiera agroalimentare 2015-2017

Presentato il piano di investimenti per il settore agricolo e agroalimentare che vale oltre 2 miliardi di euro per il triennio 2015-2017, messo a punto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali con gli enti collegati ISA e ISMEA. In campo 8 strumenti idonei per accompagnare le imprese nel futuro con gli obbiettivi di potenziare la produttività e aumentare la capacità produttiva, favorire l’internazionalizzazione, accrescere la competitività sul mercato, far nascere Start-up nel settore e creare nuova occupazione nella filiera agroalimentare.
Ministro Martina: "Questo piano vuole investire in progetti concreti e assicurare un'amministrazione amica al fianco dei produttori".
 
 

domenica 2 novembre 2014

Somatotropina nel latte

 
Ormai c'è tanta disinformazione in giro per il web sul latte e derivati e, soprattutto quando leggiamo notizie come questa, per colpa di produttori senza scrupoli, è normale che aumenti la sfiducia in questi prodotti, a discapito di chi lavora facendo le cose per bene e onestamente.
Non è il latte ad essere dannoso per la nostra salute, come ormai si legge su tanti siti di informazione pseudoscientifica, ma i trucchetti che l’uomo utilizza, manipolando la natura al solo scopo di trarne maggior profitto.
La Somatotropina è il così detto ormone della crescita, prodotto naturalmente nell’uomo e in molti animali, che stimola lo sviluppo dell’organismo.
Si tratta di un ormone specie specifico, cioè che agisce solo nella specie di appartenenza, per cui la Somatotropina Bovina non ha alcun effetto sull’uomo.
La Somatotropina Bovina Ricombinante è invece la copia geneticamente modificata della Somatotropina naturale e viene prodotta industrialmente con tecnologie di Ingegneria Genetica. Questo farmaco, iniettato nelle bovine, stimola la produzione del latte, ma in Europa ne è vietata la commercializzazione. Negli Stati Uniti, invece, può essere utilizzato, in quanto è stato considerato sicuro dalla Food and Drug Amministration (FDA).
Il Comitato Scientifico dell’Unione Europea, lo Scientific Committee on Veterinary Measures relating to Public Health (SCVPH), ha invece descritto la pericolosità della possibile persistenza di residui del farmaco sia nel latte che nelle carni. Infatti, questa sostanza è resistente ai trattamenti termici e alla pastorizzazione, per cui arriva al consumatore finale.
Ma il problema non sembra essere la Somatotropina, ma il fatto che essa sembri aumentare notevolmente la  formazione di IGF-1 (Insulin Growth Factor), che alcuni studi recenti avrebbero associato ad una maggiore probabilità di contrarre cancro alla prostata negli uomini, cancro al seno nelle donne e cancro del colon.
L’IGF-1 infatti non è specie specifico, per cui quello bovino è attivo anche nell’uomo.
La valutazione scientifica del Comitato per i medicinali veterinari della CEE ritiene invece che le IGF-1 vengano degradate o assorbite a livelli molto bassi, ma ci sono ancora incertezze sulle conseguenze che i residui di IGF-1 presenti nel latte e derivati potrebbero avere per la salute umana.
Le motivazioni a sostegno dell’uso della Somatotropina Bovina Ricombinante sono che essa non danneggia l’animale e non costituisce alcun rischio per l’uomo.
Secondo il principio di precauzione, che impedisce la distribuzione dei prodotti potenzialmente pericolosi, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, in Europa ne è comunque vietato l’utilizzo.
Nonostante ciò, due società hanno insistito per ottenere la fissazione dei Limiti Massimi Residuali (LMR), cioè la concentrazione massima di residui risultante dall'uso di un medicinale veterinario che la Comunità può ammettere che sia consentita legalmente o riconosciuta accettabile negli alimenti.
Il Regolamento (CEE) n° 2377/90 prevede una procedura comunitaria per la determinazione dei limiti massimi di residui di medicinali veterinari negli alimenti di origine animale.
Il Codex Alimentarius, che comprende una serie di standard di sicurezza e requisiti qualitativi per gli alimenti, formulati con l’obiettivo di tutelare la salute del consumatore e garantire la correttezza del commercio alimentare, si è rifiutato di stabilire un LMR per la Somatotropina Bovina, che rimane quindi in sospeso.
Nonostante ciò, le due società hanno ottenuto che per una sostanza farmacologicamente attiva vietata in Europa esista comunque la sua classificazione negli allegati del Regolamento (CEE) n° 2377/90.
Come difenderci allora dall’utilizzo fraudolento di sostanze non consentite da parte di allevatori disonesti che minano la nostra salute?
L'Unione europea ha introdotto un approccio denominato "dal campo alla tavola", basato sull'analisi dei rischi e sulla tracciabilità, volto a garantire la sicurezza dei prodotti alimentari, che prevede che questi vengano controllati in tutte le fasi sensibili della catena di produzione, per verificare il rispetto delle rigorose norme in materia di igiene.
Questo compito viene affidato ai servizi veterinari delle ASL e ad una rete di laboratori, Istituti Zooprofilattici Sperimentali, che dipendono dal Ministero della Salute, che dovrebbero garantire la sicurezza alimentare dei cittadini, ponendosi come anello di congiunzione tra produttori e consumatori.
Grazie anche ad organismi come i carabinieri del NAS è possibile smascherare associazioni a delinquere come questa, finalizzata al commercio e alla somministrazione di medicinali veterinari di provenienza illecita.
Attualmente le carni ed i prodotti di origine animale posti in commercio in Italia risultano essere tra gli alimenti più controllati.
 
Fonti