lunedì 16 ottobre 2017

Visita al nuovo centro zootecnico di Bonifiche Ferraresi, un prototipo di allevamento integrato e sostenibile (Seconda parte)


Il 5 ottobre 2017 si è tenuto presso il nuovo centro zootecnico di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia un importante convegno: “Zootecnia 4.0: il modello italiano di allevamento bovino integrato e sostenibile per le sfide del futuro”, al quale ho avuto l’occasione di partecipare e di cui ho scritto già una prima parte (clicca qui per leggere la prima parte). In questa seconda parte procedo con gli interventi delle personalità che hanno preso parte al convegno.

Roberto Moncalvo, Presidente di Coldiretti: “Oggi siamo qui, con Assocarni e Coldiretti insieme per dire basta allo smantellamento irresponsabile del patrimonio bovino italiano, che da oltre 10 milioni di bovini è calato a livelli inaccettabili; per dire basta all’occasione persa di sviluppare una genetica che in passato c’era e che abbiamo ceduto ad altri paesi; basta all’abbandono di aree marginali, che non coperte più da bovini si prestano all’illegalità e al dissesto idrogeologico; basta alla disinformazione e ai luoghi comuni sull’alimento più nobile che è la carne bovina in particolare, a cui oggi vengono proposte alternative chimiche di dubbia provenienza e salubrità; basta a un tentativo di sostituire la produzione italiana con l’importazione, che non è il male se si presenta con un prezzo dignitoso e una reciprocità dei valori e degli standard, ma diventa negativa dove si vede smantellare la produzione nazionale. I nostri standard sono superiori. Non solo dobbiamo dire basta ma dobbiamo anche essere propositivi. Il progetto di Bonifiche Ferraresi è un modello, un simbolo unico al mondo, che ha consentito di superare i luoghi comuni e i falsi miti dell’agricoltura, con una tecnologia senza pari, ha superato la contrapposizione tra agricoltura e finanza, ci sono gruppi importanti che ritengono gli investimenti finanziari in agricoltura un’opportunità vera; è stato superato il falso mito che possa esistere un’azienda agricola completa senza una stalla: l’agricoltura senza zootecnia non esiste. Gli animali che fertilizzano naturalmente il suolo sono fondamentali. Ha superato il concetto di grande e piccolo: questa grande azienda grazie al network che si è creata intorno fa sì che questi investimenti enormi, questa conoscenza, questi big data si mettano a disposizione di tantissimi piccoli agricoltori. Ci sono i presupposti per far bene e invertire la tendenza. Bonifiche Ferraresi è una grande realtà di allevamento e agricoltura e una base di partenza per un sistema di filiera 100% italiana sull’allevamento del bovino: l’obbiettivo di lungo periodo è sviluppare e valorizzare una filiera bovina che parte da un vitello nato in Italia, allevato e macellato in Italia. Perché la carne italiana è la migliore e la più controllata, e occorre creare un valore aggiunto per chi alleva e per chi gestisce l’altra parte della filiera. Questa è la più grande operazione in agricoltura e allevamento in termini di economia e di contributo positivo alla sostenibilità ambientale e sociale dei nostri territori. Oggi oltre 1 milione di bovini da ristallo non sono nati in Italia, e l’obbiettivo è costruire su questo potenziale di capi sul lungo periodo una grande possibilità di presidio dei territorio, per riportare l’allevamento nelle aree svantaggiate di montagna degli appennini del centro sud, per migliorare la situazione in quei territori: il miglior modo per presidiare i territori svantaggiati è avere un allevamento estensivo sopra, avere il pascolo, avere la linea vacca-vitello riportata con la modernità, con una selezione genetica nuova. Anche il dissesto idro-geologico si combatte con l’allevamento. Questo è l’obbiettivo comune su cui stiamo lavorando. Per fare questo ci servono azioni sul fronte agricolo. L’agricoltura e l’Agri-Food è il primo datore di lavoro in Europa per 44 milioni di europei: l’agricoltura traina l’Agri-Food, e serve una PAC forte che faccia scelte coraggiose, per premiare i settori che trainano. Ce l’hanno insegnato i nostri nonni che senza la zootecnia l’agricoltura non gira, e per riportare la zootecnia ci servono i contratti di filiera come strumento a disposizione e stiamo lavorando su questo. Ci serve anche che il Ministero della Salute faccia un pezzo di strada insieme a noi per smontare le bufale intorno al consumo di carne, che sia più coraggioso nel raccontare la distintività e la positività dell’allevamento e della carne bovina italiana. Deve lavorare di più su questo, anche perché ha in mano anche il sistema dei controlli veterinari: tutto il sistema va messo a valore e va raccontato ai cittadini, per valorizzare la distintività. Diamo nuovi ruoli all’Associazione Italiana Allevatori che è fondamentale nel contratto di filiera perché può certificare con i dati dei controlli funzionali la sostenibilità del percorso, e certificare la sostenibilità di ogni bovino allevato nei nostri allevamenti. Serve un Ministero della Salute coraggioso che non dica che tutta la carne è uguale, ma che racconti con verità la distintività della carne attraverso anche la distintività del sistema dei controlli, che sono tantissimi: avete veterinari in stalla tutti i giorni e questo va raccontato, è un valore aggiunto e va detto. Bonifiche Ferraresi è l’azienda che rappresenta il massimo esempio concreto: stanno arrivando nelle stalle i primi capi dal sud, e qui tocchiamo con mano la portata del capo nato, allevato e macellato in Italia. L’esperienza innovativa di Bonifiche Ferraresi possa diventare nel più breve tempo possibile un patrimonio nuovo di miglioramento per tutta la zootecnia italiana”.
Un momento dell’intervento di De Castro

Bonifiche Ferraresi è dunque la più grande piattaforma sull’agricoltura di precisione che sarà in mano agli agricoltori, a disposizione sia dell’agricoltura convenzionale che biologica, con la sua stalla super-evoluta dove la tecnologia è a servizio dell’esaltazione della naturalità e della sostenibilità dell’allevamento. La prospettiva per il futuro è costruire una filiera 100% italiana, con un bovino nato, allevato e macellato in Italia e riportare la zootecnia dove l’abbiamo persa, attraverso il ripopolamento dei comuni disabitati nelle montagne. Molta attenzione viene data al benessere animale, con una riduzione al minimo dei farmaci: qui a Bonifiche Ferraresi gli animali non muggiscono, non scalpitano, non si accavallano l’uno sull’altro e questo è un segno di alto benessere e di una salute generale di altissimi livelli. Nonostante la riduzione dei consumi di carne, dovuta alla caduta del potere d’acquisto e non agli estremismi, la carne continua ad essere percepita come un alimento nobile e utile, che ci ha fatti raddoppiare in altezza: il 95% della popolazione che mangia carne sa benissimo che è un super-alimento, che consente di essere ben nutriti ma non sovralimentati. Oggi viviamo una situazione di diffusa super-alimentazione con rischi di sotto-nutrizione laddove rinunciamo a stili alimentari consolidati negli anni. E’ importante aiutare il consumatore a prendere coscienza che mangiare carne non è lesivo della salute.


Intervento di Federico Vecchioni, Amministratore Delegato di Bonifiche Ferraresi: “Bonifiche Ferraresi ha costruito un eco-distretto zootecnico di riferimento, non si è fermata alla coltivazione e alla parte agricola, si è impegnata nella zootecnia, che è la nostra italianità e il nostro orgoglio, un punto di riferimento da copiare per chi vuole stare al passo con i tempi. Bonifiche Ferraresi nasce da un progetto di agricoltori, per essere più forti e dare prova del nostro orgoglio nazionale, fatto di imprenditori e di capacità. Parlare di ambiente, di sostenibilità, di conservazione della natura, di un uso razionale delle risorse naturali, non sarebbe stato possibile a Bonifiche Ferraresi senza la zootecnia, che è stata capace di riportare in azienda, che da 20 anni ha usato la chimica di sintesi, la possibilità di riutilizzare quella sostanza organica come fertilizzante naturale, senza la quale il biologico non si può ottenere. L’allevamento è stato realizzato dalla penna del Cavalier Cremonini, ed è un esempio per l’Italia, perché anche se è la stalla più grande d’Italia, non c’è antitesi tra grande e piccolo ed è un modello da seguire per la zootecnia, un esempio nel modo di condurre l’alimentazione più corretta per noi, e sfatare i falsi miti sulla salute. Il futuro si basa anche sulla conoscenza: di qui l’importanza di avere un centro dove si parla di queste cose, una grande piattaforma per distribuire le conoscenze. Bonifiche Ferraresi è un patrimonio nelle mani italiane, dove l’integrazione tra agricoltura, industria e distribuzione è fondamentale: agricoltura, finanza e industria alimentare hanno investito insieme in questo grande progetto, per non perdere l’italianità, facendo un’impresa aperta a servizio di tutti, un progetto economico comune. Ma Bonifiche Ferraresi non si ferma qui, l’obbiettivo è crescere ancora lungo la filiera, attraverso un percorso di integrazione e rafforzamento con i consorzi agrari, con coraggio dobbiamo pensare in grande e parlare di filiera, dal genoma allo scaffale”.
Il Cavalier Luigi Cremonini

Intervento del Ministro Beatrice Lorenzin: “Grazie per avermi invitata, so che il pranzo sarà di carne, potete immortalare il ministro che mangia carne e questo è già uno spot sulla salute, e si dice che la salute è donna. Purtroppo viviamo tra mode, fake news, e spesso le mode non sono spontanee ma mosse da gruppi di interesse che vogliono spingere un alimento contro un altro. Dobbiamo insegnare l’educazione e la consapevolezza nella capacità di scelta, cosa significa nutrirsi, così da riuscire a districarsi intelligentemente tra le informazioni che spaventano e che sono fuorvianti. Sono preoccupata da queste mode alimentari: esco dalla battaglia contro i no-vax, a causa dei quali molti italiani hanno rinunciato alla profilassi mettendo a rischio la salute, e da qui emerge il potere forte dell’informazione, anche se è sbagliata e infondata. C’è il rifiuto della proteina, che porta malnutrizione, rachitismo nei bambini, problemi che si possono prevenire, ma che riemergono a causa del rifiuto di cibi importanti per la crescita, ricchi di minerali e vitamine. Oppure il rifiuto totale del carboidrato, pensando così di restare in forma, e invece causando sovraccarico dei reni e del pancreas. In mezzo ai radicalismi c’è l’equilibrio, il senso della misura, il segreto della longevità del popolo italiano sta nella piramide alimentare della dieta mediterranea, patrimonio dell’UNESCO, ma che invece noi italiani ce ne dimentichiamo. La carne è in cima, all’interno della piramide: ricordo quando ero incinta il medico mi ha ordinato “I bimbi devono crescere, mangia!!”. E allora mangiavo 300 g di carne al giorno perché rischiavo il parto prematuro e così i miei bimbi sono cresciti bene. Tutto va gestito con consapevolezza, per vivere bene e a lungo senza ammalarci, così si incide meno anche sui costi del servizio sanitario nazionale. È importante per la collettività l’insegnamento alla prevenzione e l’educazione agli stili di vita nelle scuole, per creare un percorso di consapevolezza e sconfiggere i problemi collegati. Il nostro punto di forza sono anche i nostri sistemi di sicurezza: ad esempio quest’anno abbiamo avuto l’emergenza fipronil, con un primo alert ad agosto per due casi di contaminazione. 48 ore dopo è partita una task force di carabinieri, ispettori e veterinari che hanno controllato capillarmente tutti gli allevamenti italiani produttori di uova: abbiamo ribaltato tutto il sistema con verifiche puntuali e abbiamo trovato solo alcuni casi rispetto all’enormità della filiera. È un lavoro doveroso che abbiamo fatto solo noi in Europa, perché questo è il nostro modo di lavorare e dobbiamo pretendere lo stesso anche dalle merci che importiamo, per mantenere alta la qualità e la sicurezza dei prodotti per i nostri cittadini. Io sono favorevole a tutto ciò che rende facile il rapporto con il consumatore e la sua possibilità di scegliere, attraverso indicazioni chiare: ad esempio il sistema dei traffic lights, dei semafori sulle etichette è una stupidaggine! Il semaforo rosso e verde non tengono conto del contesto generale di nutrizione. Se io metto il verde sulla Coca Cola zero e sulla pizza margherita light ed il rosso sull’olio extravergine d’oliva e sul parmigiano, io non ho aiutato la popolazione. Questo cozza con il principio nutrizionale, con il concetto di dieta. Occorre aiutare il consumatore a fare scelte ponderate e a inserire gli alimenti in un contesto più variegato. Questa è la strada più pensabile per l’educazione all’alimentazione, senza demonizzazioni, ed è una battaglia non facile in un mondo che va verso l’obesità, anche infantile. La filiera è cresciuta tantissimo negli anni e dobbiamo continuare a farla crescere, per dare cibi migliori per aumentare la salute, diminuire le malattie e non incidere sulla spesa sanitaria nazionale e per dare agli anziani di domani una qualità della vita migliore. La filiera produce lavoro nell’innovazione, grazie all’applicazione di nuove tecnologie nel settore, sempre più interessante anche per i giovani. È un settore che fa + nel sistema e dobbiamo fare in modo che faccia sempre +, difendendoci dagli attacchi con la qualità dei nostri prodotti”.

La carne non solo non fa male, ma ne mangiamo anche la quantità giusta, come spiega il professor Vincenzo Russo, che ha calcolato il consumo reale di carne, diverso da quello apparente, che per anni ha sovrastimato i consumi di carne della popolazione:


Il consumo calcolato con questa formula è apparente perché è espresso in peso della carcassa intera, che comprende il peso delle ossa, dei tendini, del connettivo, delle cartilagini, della pelle, del grasso e di tutto ciò che nella realtà non mangiamo e per questo sovrastima la quantità consumata.


Per calcolare quello che effettivamente mangiamo e quindi il consumo reale bisogna sottrarre le perdite che si hanno alla macellazione e al consumo: le procedure di calcolo sono le stesse del consumo apparente ma bisogna sottrarre le perdite dalla macellazione al consumo a tavola.

Per arrivare alla carne davvero consumata occorre togliere anche i rifiuti al dettaglio e al consumo, come le ossa non commestibili, il grasso in eccesso, il connettivo, la carne che si è deteriorata alla distribuzione e alla vendita, oltre che la carne cucinata in eccesso e buttata nel cestino.




Per questo i dati FAO che hanno sempre indicato un consumo eccessivo di carne sono in realtà sovrastimati, e la carne effettivamente consumata è in realtà meno della metà.




Per questo bisogna ridimensionare l’allarme su un eccessivo consumo di carne in Italia, che è basato sul consumo apparente, che sovrastima più del doppio la quantità di carne effettivamente assunta.

Partecipare a questo convegno è stato per me una grande occasione di conoscenza, per realizzare cosa significhi davvero sostenibilità economica, sociale e ambientale dell’allevamento, attraverso l’esempio virtuoso di Bonifiche Ferraresi, che riesce a portare sulla tavola dei consumatori una vasta gamma di prodotti di alta qualità, 100% italiani, commercializzati con il marchio “Le Stagioni d’Italia”, ottenuti grazie ad un’agricoltura innovativa e sostenibile, oltre che carni di altissima qualità, attraverso un grande allevamento, con bovini nati e allevati in Italia, modello concreto di economia circolare e all’avanguardia per il rispetto del benessere animale.

giovedì 12 ottobre 2017

Visita al nuovo centro zootecnico di Bonifiche Ferraresi, un prototipo di allevamento integrato e sostenibile (Prima parte)


Il 5 ottobre 2017 ho avuto l’occasione e l’onore di visitare il più grande centro zootecnico all’avanguardia in Europa per le tecnologie e per la sostenibilità: si tratta del nuovo eco-distretto zootecnico di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia, un modello italiano di allevamento bovino integrato e sostenibile.

Qui si è tenuto un importante convegno organizzato da Assocarni e Coldiretti sul tema “Zootecnia 4.0: il modello italiano di allevamento bovino integrato e sostenibile per le sfide del futuro”, dove hanno partecipato Marco Baldi, Responsabile Area Economia e Territorio del Censis, Federico Vecchioni, Amministratore Delegato di Bonifiche Ferraresi, Vincenzo Russo, dell’Università di Bologna, Roberto Moncalvo, Presidente di Coldiretti, Luigi Scordamaglia, Amministratore Delegato Inalca, l’Onorevole Paolo De Castro, Commissione Agricola del Parlamento Europeo, Maurizio Martina, Ministro della Politiche Agricole Alimentari e Forestali e Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute, moderati dal giornalista e divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone.
Durante il convegno si è discusso sulla situazione attuale dell’allevamento bovino in Italia, dove Marco Baldi del Censis ha mostrato come sono cambiati i consumi di carne dal boom economico ad oggi:


Dalla lunga parabola del consumo di carne bovina in Italia si può notare come ci sia stata una crescita costante durante il boom economico, perché negli anni storici la famiglia mezzadria viveva con i bovini, che molto spesso erano di loro proprietà, per cui vi era una distribuzione capillare di bovini sul territorio, che erano multifunzionali: non fornivano solamente carne e latte, ma venivano utilizzati anche per la trazione agricola al posto dei trattori nei campi, per il fabbisogno energetico e per tutto ciò di cui la famiglia mezzadria aveva bisogno.
Nel dopoguerra aumenta significativamente il consumo di carne accompagnando la crescita del ceto medio italiano che richiedeva proteine ad alto valore biologico per migliorare il proprio regime alimentare: la carne bovina rappresentava dunque il rafforzamento del ceto medio ed era l’emblema della raggiunta agiatezza, dello sviluppo e dell’uscita dalla denutrizione.
Si assiste poi ad un ridimensionamento: da 10 milioni di bovini, quindi 1 bovino a famiglia, si scende sotto i 6 milioni: le piccole stalle e le piccole aziende non riescono a reggere e chiudono, non avendo un controllo sulla filiera e non essendo efficienti. Dai primi anni ‘80 comincia un andamento declinante del patrimonio bovino italiano che si riduce di circa il 40%.


La contrazione dell’allevamento bovino in Italia negli ultimi anni genera allarme, soprattutto perché il settore ha un grosso peso sull’economia nazionale, con un valore della produzione di 2,9 miliardi di euro. Dal 2010 al 2016 sono sparite circa 4.000 stalle, sono diminuite le importazioni di capi da ristallo, delle macellazioni e delle vacche nutrici su cui si fonda il progetto di recupero per fornire vitelli da ristallo ai fini del raggiungimento dell’obbiettivo di avere la filiera 100% italiana, con i vitelli nati, allevati e macellati in Italia. Anche il tasso di autoapprovvigionamento è uno dei più bassi, per cui è necessario intervenire per salvaguardare il patrimonio bovino. Il consumo di carne è diminuito, non a causa delle mode vegane come qualcuno vuol far pensare, essendo irrisorio il numero di vegani in Italia, ma è dovuto a qualcosa di più profondo ed in particolare alla crisi economica che ha cambiato il comportamento di acquisto a causa della ridotta possibilità di accesso, soprattutto nelle famiglie meno abbienti, costrette a ridurre gli alimenti più pregiati, come carne e pesce.

Eppure ci sono notevoli punti di forza da cui ripartire per invertire il trend, secondo Marco Baldi: “Nel Nord c’è una forte capacità di allevare, di ingrassare gli animali con gli alimenti giusti e di produrre carni con alto valore organolettico e nutrizionale. La filiera ha molti operatori ed il sistema dei controlli è capillare ed efficace; inoltre disponiamo di ampie zone collinari destinabili a vacche nutrici e vitelli da cui ripartire per ripristinare il nostro patrimonio, oltre che la presenza di razze storiche di notevole interesse. Da non sottovalutare è la domanda di garanzie, la possibilità di accesso agevole ad una corretta informazione e la voglia di carne italiana: il 39,7% degli italiani è disposto a spendere fino al 5% in più per un prodotto made in Italy, mentre il 31,4% è disposto a spendere dal 5 al 20% in più; inoltre l’82% degli italiani controlla l’etichetta e richiede informazioni sull’origine delle carni, quindi il substrato culturale giusto c’è e va tenuto in considerazione.”
La grande verità con cui si è concluso l’intervento di Marco Baldi: l’alleanza tra uomo e bovino.
A questo proposito il centro zootecnico di Bonifiche Ferraresi rappresenta un punto di riferimento mondiale da prendere come esempio. Entrati nella sua sala multimediale ci si rende subito conto del livello di alta tecnologia che si ha di fronte.

Ogni macchina che sta lavorando in quel momento sui terreni è collegata alla centralina per conoscere cosa sta facendo fisicamente, come sta lavorando, il suo percorso, il gasolio che possiede, per risolvere tempestivamente eventuali problemi e ottimizzare i tempi, per collegare le produzioni dell’azienda e gestire al meglio i suoli eterogenei che si estendono per un totale di 3.600 ettari.

Grazie ad un importante lavoro di mappatura digitale del terreno del 2015, è stata creata una carta dei suoli, per decidere gli input di concimazione e semina: in questo modo è possibile sapere lo status aggiornato di quel terreno, di che lavorazioni agronomiche necessita e l’entità della mineralizzazione di cui ha bisogno.

Grazie a queste moderne tecnologie è possibile un’agricoltura di precisione per la concimazione e la semina per ottimizzare la produzione, ridurre gli sprechi ai fini della sostenibilità: ad esempio si è in grado di conoscere esattamente quanti kg di ogni elemento (es. di fosforo) devono essere distribuiti nei diversi punti dei vari terreni, per dare il giusto nutrimento e risparmiare dove la fertilità è già alta. Si è in grado di gestire più adeguatamente le colture, di seguirle nei mesi, di conoscere lo stato vegetativo di ogni piantina e fornire ciò che serve al momento giusto, cercando di avvantaggiare quelle che restano indietro, aiutando le piantine ad insediarsi e crescere al meglio, per avere la maggior uniformità possibile. 
Anche le stalle sono straordinarie per la loro progettazione, da ogni punto di vista, tecnologico, innovativo e di benessere degli animali: disegnate dal Cavalier Luigi Cremonini con carta e penna su un semplice foglio di quaderno, l’allevamento bovino di Bonifiche Ferraresi mostra quale sarà il futuro della zootecnia.

L’allevamento è progettato per contenere fino a 5.000 capi da carne, che vengono nutriti con gli alimenti originari di questi territori autoprodotti dall’azienda. Il benessere animale è garantito dall’aumento dello spazio in mangiatoia, con un box più largo che profondo e la presenza di due abbeveratoi per ogni box, così che l’animale abbia più possibilità di mangiare e di bere, che si traduce in un maggior incremento ponderale. Questo consente anche di non avere competizione e scontri fra i soggetti, che anzi sono tranquilli, a riposo e si lasciano avvicinare, non si calcano e non si prevaricano: questi, oltre all’assenza di vocalizzi, sono tutti segnali di un eccellente stato di benessere animale. Questo comporta anche un utilizzo dei farmaci ridotto al minimo, che vengono somministrati in modo consapevole e sul singolo animale solo all’evidenza di una sintomatologia. Inoltre in ogni box ci sono dei grossi ventilatori che consentono un’ottima areazione dei locali, riducendo l’umidità e la temperatura percepita dagli animali, utile soprattutto in estate, e crea una corrente che allontana i gas fastidiosi come ammoniaca e idrogeno solforato.

Gli animali giacciono su una lettiera permanente, dove quotidianamente viene aggiunta della nuova paglia, così che gli animali abbiano sempre una posizione fresca e asciutta: le deiezioni defluiscono in una corsia centrale che le porta in concimaia per un periodo di maturazione, fino alla trasformazione in fertilizzante naturale da utilizzare sui terreni circostanti. Per questo il centro zootecnico di Bonifiche Ferraresi rappresenta un esempio virtuoso di economia circolare: il letame degli animali fertilizza in modo naturale, e quindi senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici, quelle stesse piante che serviranno poi per l’alimentazione dei capi, con una chiusura del ciclo, dove gli scarti sono praticamente azzerati, con conseguente riduzione dei costi e massima sostenibilità economica e ambientale. Per questi motivi il centro ha ricevuto il punteggio più alto d’Italia per il benessere degli animali e si pone all’avanguardia in Europa anche per la sostenibilità: un sistema efficiente, vantaggioso, innovativo, ma anche un ritorno alla tradizione, ma soprattutto è auspicabile che venga preso come esempio e replicato anche dagli altri, sia su larga che su piccola scala.
Un momento dell’intervento del Ministro Maurizio Martina
Martina: “Bonifiche Ferraresi è un esempio strepitoso su come passare dalle parole ai fatti: un allevamento bovino sostenibile e nel rispetto del benessere animale. Dobbiamo riconfigurare la strategia nazionale per il sostegno del settore e rafforzare gli aiuti alla zootecnia italiana, raddoppiandoli e abbattendo la pressione fiscale su chi vive di agricoltura, per dare un segnale forte per riconfermare la zootecnia nella strategia agricola del nostro paese. Bonifiche Ferraresi è un progetto che farà scuola. Abbiamo delle sfide davanti a noi: il benessere animale, su cui dobbiamo caratterizzare il nostro modello, e la diffusione delle tecnologie. E l’esperienza di Bonifiche Ferraresi è fondamentale perché è il laboratorio sperimentale tecnologico più avanzato che il paese ha nel rapporto tra pubblico e privato e costruire con Bonifiche Ferraresi il massimo della diffusione orizzontale per le piccole e medie imprese italiane è una scommessa nazionale, per organizzare meglio la filiera e remunerare i produttori e allevatori. Abbiamo messo a disposizione un budget importante, di 260 milioni di euro, e bisogna presentare i progetti dal 27 novembre 2017. Quindi avanti con le idee! È un’occasione per organizzare le nostre filiere del latte e della carne. Dobbiamo lavorare insieme anche per sviluppare la massima informazione e la massima trasparenza, come rendere obbligatoria l’origine delle carni al ristorante”.

A presto con la seconda parte!

martedì 10 ottobre 2017

MILIONI DI UOVA CONTAMINATE NELL’UNIONE EUROPEA: COS'È IL FIPRONIL? COSA SI RISCHIA IN CASO DI INGESTIONE?


In tutta l’Unione Europea sono presenti diverse partite di uova contaminate con il Fipronil, la cui contaminazione ha avuto origine in Belgio e Olanda. Anche l’Italia è compresa ma non in modo massiccio: attualmente i NAS hanno trovato delle uova contaminate nello stabilimento di Ostra Vetere in provincia di Ancona e hanno sequestrato una partita di omelette surgelate a Milano. La contaminazione non ha solo riguardato le uova fresche ma anche i prodotti derivati dalle uova.

Cos’è il Fipronil?

Il Fipronil, nome IUPAC 5 ammino-1-fenil-2,6-dicloro-4-(trifluorometil)-4(trifluorometilsulfinil)-1H-pirazolo-3-carbonitrile, abbreviato e meglio noto come fluocianobenpirazolo o Fipronil, è un insetticida ad ampio spettro il cui principio attivo va a colpire il sistema nervoso centrale dell'insetto causando danni irreversibili ai nervi e ai muscoli degli insetti contaminati. I suoi effetti non sono immediati ma sono a lungo termine. Essendo ad ampio spettro, è presente in un’ampia gamma di prodotti insetticidi: ad esempio è presente in molti prodotti antiparassitari (zecche e pulci) usati per gli animali da compagnia come cani e gatti. Tali prodotti sono assolutamente SICURI e INNOCUI sia per l’animale domestico che per l’uomo.

Il Fipronil, per le sue caratteristiche chimico-fisiche, può resistere alle alte temperature di cottura: per questo motivo può essere trovato in tracce in prodotti derivati dalle uova (es. dolciari).

Nell’Unione Europea, è VIETATO il suo utilizzo in tutti allevamenti di animali destinati al consumo umano.

Quali sono i rischi per l’uomo?

I rischi per l’uomo sono fortunatamente bassi se non nulli: modeste tracce di Fipronil non comportano nulla alla salute umana. Sia in passato che nel presente (e ci auguriamo anche nel futuro) non ci sono stati né morti né persone ricoverate in ospedale a causa di uova e/o loro prodotti derivati contaminati da Fipronil. Solo in caso di consumo eccessivo e continuativo di uova e/o loro prodotti derivati potrebbe portare a qualche problema sia al sistema nervoso (es. tremore alle mani) che ai reni (non corretta funzionalità di questo organo). E’ importante ribadire che tali sintomatologie sono riscontrabili solo in caso di consumo eccessivo di uova e/o loro prodotti derivati. Tali sintomi non compaiono immediatamente (come già scritto sopra, il Fipronil non agisce subito ma dopo diverso tempo) ed è molto più probabile che si soffra per altri effetti indesiderati, a livello digestivo e non solo, dovuti al consumo eccessivo di uova e/o loro prodotti derivati, che per gli effetti tardivi del Fipronil.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha classificato il Fipronil come “moderatamente tossico”.

Qual è la situazione in Italia?

In Italia, come già scritto all’inizio, ci sono stati pochi ed isolati casi in cui sono state rinvenute modeste tracce di Fipronil nelle uova: è importante sottolineare come in questi casi i NAS abbiano agito tempestivamente rimuovendo tutti quei prodotti contaminati dal Fipronil dal mercato oltre che aver sanzionato penalmente la/e azienda/e che hanno prodotto, rilasciato e venduti quei prodotti.

Come faccio a sapere se le uova sono state prodotte in Italia o all’estero?

Bisogna leggere il codice stampato sul guscio dell’uovo. Il paese di origine e/o produzione delle uova si trova SEMPRE a sinistra ed è contrassegnato da un codice identificativo di 2 lettere: per l’Italia il codice è IT (BE per Belgio, DE per la Germania e così via…).

Di seguito due esempi di codice identificativo: 

Uovo prodotto in Italia (IT)


Uovo prodotto in Germania (DE)


Oltre al codice identificativo del paese di origine e/o produzione, vi sono altre informazioni riguardanti, rispettivamente partendo da sinistra come mostrato nell’esempio di seguito, TIPOLOGIA DI ALLEVAMENTO (0 = biologico, 1 = all’aperto, 2 = a terra, 3 = in gabbia), CODICE DI ORIGINE E/O DI PRODUZIONE, CODICE ISTAT DEL COMUNE DI ALLEVAMENTO, LA PROVINCIA DELL’ALLEVAMENTO, NOME E LUOGO DELL’ALLEVAMENTO IN CUI L’UOVO È STATO DEPOSTO DALLA GALLINA e, infine, L’IDENTIFICAZIONE DEL GRUPPO DI GALLINE.




Perciò tornando alle immagini di sopra, l’uovo a sinistra è al 100% italiano ed è da allevamento a terra mentre l’uovo di destra è al 100% tedesco ed è da allevamento biologico.

Infine, per quanto riguarda la produzione e il consumo delle uova, l’Italia non è in grado di sostenere la sua domanda interna: secondo i dati dell’Unione Nazionale Filiere Agroalimentari Carne e Uova il Bel Paese ha prodotto, nel 2016, circa 12 miliardi e 900 milioni di uova ma ha dovuto importare circa 158 milioni.

Fonti: La Repubblica, Rainews

Dott. Giovanni Luca Scardaci


mercoledì 27 settembre 2017

La mia esperienza con il Latte Parmalat Omega 3 Plus: un valido aiuto per un’alimentazione sana


Oggi ho avuto l’occasione di provare il Latte Parmalat Omega 3 Plus, un prodotto che trovo geniale, perché unisce il buon sapore del latte e le sue proprietà benefiche e nutrizionali a quelle del pesce, grazie ad un prezioso contenuto di acidi grassi Omega 3 a catena lunga EPA e DHA, aumentando il potenziale nutritivo di un alimento che, già di per sé, è uno dei più nutrienti esistenti, per la sua naturale composizione, ottenendo un prodotto ottimo.



In questo caso gli Omega 3 vengono aggiunti al latte attraverso l’addizione di olio di pesce, sostanzialmente pesce azzurro selezionato, dalle caratteristiche ottime, senza alterare assolutamente il dolce sapore tipico del latte. L’arricchimento dei cibi con acidi grassi Omega 3, attraverso l’addizione di olio di pesce, è una pratica molto comune nell’industria alimentare per andare incontro all’esigenza della copertura dei fabbisogni di questi acidi grassi importanti, e il latte si è rivelato uno dei veicoli più adatti per introdurre da fonte naturale questi ingredienti bioattivi nella dieta, il cui effetto benefico si ottiene con l'assunzione giornaliera di 250 mg di EPA e DHA. 

Leggendo i valori nutrizionali in etichetta, una tazza da 250 ml di Latte Parmalat Omega 3 Plus al giorno, permette di assumere 150 mg di Omega 3, in una forma altamente biodisponibile, cioè facilmente assorbibile e utilizzabile dal nostro organismo, pari al 60% della dose di riferimento indicata dalle organizzazioni internazionali e perfettamente in linea con le raccomandazioni nutrizionali per una sana alimentazione.



Sono molteplici ormai gli studi che confermano il ruolo benefico degli acidi grassi polinsaturi Omega 3 per la salute, che fanno parte proprio dei principali composti bioattivi della nostra Dieta Mediterranea, dalle proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, aumentando lo stato di salute e diminuendo il rischio di patologie croniche e degenerative.

In particolare gli Omega 3 a catena lunga EPA e DHA sono essenziali perché non possono essere sintetizzati dall'organismo umano e devono essere assunti obbligatoriamente attraverso l'alimentazione. Inoltre, è stato riconosciuto che l'acido alfa-linolenico da fonti vegetali, quali semi, semi di lino, oli di semi, olio di colza e la frutta in guscio come le noci, non solo non è equivalente in termini di “attività biologica” agli EPA e DHA del pesce e della carne, ma la sua conversione nel nostro corpo in EPA e DHA non è efficiente (meno del 5%). Per questo motivo è essenziale che questi vengano introdotti con gli alimenti che li contengono in gran quantità, come gli oli di pesce, l’olio di fegato di merluzzo e il pesce grasso, come sardine, salmone, alici e aringhe; oppure tramite integrazione.

Le funzioni che gli Omega 3 hanno nel nostro organismo sono molteplici: aiutano a mantenere la normale funzionalità cardiaca, sono fondamentali nel determinare la fluidità delle membrane biologiche e per la regolazione del colesterolo. È scientificamente dimostrato che un’alimentazione corretta, basata su un’alta percentuale di acidi grassi polinsaturi essenziali Omega 3 consente di aumentare la fluidità di membrana e ridurre i livelli di colesterolo nel sangue, con conseguenze positive sulla salute cardiovascolare, anche a livello di vascolarizzazione cerebrale.

La normale funzionalità cardiaca e la significativa riduzione del colesterolo non sono gli unici benefici derivanti dall’assunzione quotidiana di Omega 3:

- hanno proprietà antinfiammatorie;

- migliorano la pressione sanguigna;

- contribuiscono a mantenerci giovani.



L’International Society for the Study of the Fatty Acids and Lipids (ISSFAL), raccomanda a chi non soffre di disturbi cardiaci di assumere almeno 500 mg di EPA e DHA al giorno per mantenere il cuore in forma.

Un consumo regolare del Latte Parmalat Omega 3 Plus aumenta significativamente i livelli di EPA e DHA nel sangue, aiutando a raggiungere il fabbisogno quotidiano nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata. È anche il primo latte in grado di prendersi davvero cura del cuore, supportando la campagna “Cuoriamoci, piccoli gesti per la salute del cuore”, schierandosi a favore della corretta funzionalità cardiaca, fornendo informazioni e suggerendo piccoli gesti quotidiani che aiutino, giorno dopo giorno, nella prevenzione della salute di questo organo che ci accompagna coi suoi battiti per tutta la vita.




Favoloso è pure il suo contenuto di minerali importanti, come il selenio (che contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo difendendole dai radicali liberi) e di vitamine, come la vitamina B6, B12, che contribuiscono ad una normale funzione psicologica ed al mantenimento di un normale funzionamento del sistema nervoso; acido folico, indispensabile in gravidanza; vitamina C e vitamina E, dalle proprietà antiossidanti, rendendolo davvero un alimento completo e “funzionale”, adatto a tutte le età.
Trovo che il Latte Parmalat Omega 3 Plus sia per questo un alimento dal profilo nutrizionale unico, un aiuto concreto per il mantenimento di una normale funzionalità cardiaca, perfetto per promuovere la salute all’interno di uno stile di vita sano e di una dieta varia ed equilibrata. Da quando l’ho provato non me ne separo più, inserendolo nella colazione quotidiana di tutta la famiglia, perché perfetto per iniziare la giornata in modo salutare e gustoso.

In collaborazione con Parmalat

giovedì 21 settembre 2017

Agroecosistemi ed equilibri ecologici: un problema sempre aperto

Un Ecosistema può essere definito un pluri-organismo aperto, dove il circolo dell’Energia, indispensabile per i processi vitali di ogni componente, è fortemente influenzato e regolato da tutti i membri biologici e non biologici in esso presenti: una specie animale e/o vegetale non prevale mai sull’altra e ogni fattore della produzione biologica, influenzando in generale quello che viene definito Climax, ne regola, limitando o favorendo, le condizioni di vita.
Gli organismi in esso presenti, sono Autotrofi, o produttori primari (piante e altri vegetali capaci di autoprodursi l’energia), ed Eterotrofi, consumatori a diversi livelli dai primari, strettamente legati ad essi e organizzati in diverse scale in cui il flusso energetico, traendo la propria origine dall’energia solare, è via via trasmessa su ogni scala, per poi ritornare all’inizio dell’intero ciclo.
È auspicabile quindi che esista una vera e propria “produzione” per ciascuna classe di organismi esistenti, produzione che può assumere valori diversi in funzione dell’equilibrio stabilito nell’ecosistema.


Assumendo con PT la produzione totale della componente autotrofa di un ecosistema, CA il consumo metabolico della componente autotrofa e CE il consumo metabolico della frazione eterotrofa nei successivi livelli alimentari (erbivori, carnivori, demolitori della biocenosi sostanza organica), otterremo:

PN = PT – (CA + CE)

la Produzione Netta di un Ecosistema (PN) è pari alla differenza tra il prodotto totale del livello dei Produttori (PT) e la somma complessiva di tutti i livelli di consumatori e dell’energia spesa dagli stessi autotrofi (CA + CE).

Questo bilancio, in un sistema naturale immutato, non antropizzato, quale appunto un ecosistema maturo (la Foresta amazzonica, la Savana, ecc..), è sempre pari a 0, in quanto l’energia segue un flusso circolare, costantemente riciclata e riutilizzata da tutte le fasi trofiche del sistema.

In sostanza la produzione e la dispersione energetica si bilanciano, con l’equazione che diviene: PT = CA + CE.

Tutto ciò che si produce si consuma.

Il valore nullo è fortemente condizionato da ogni componente dell’ecosistema stesso e basterebbe la variazione di una di esse per modificare il flusso energetico.

Esistono infatti situazioni in cui tale valore è sconvolto, come nei cosiddetti ecosistemi immaturi, in cui PN > 0.

L’ecosistema immaturo più diffuso è rappresentato dall’Agroecosistema.

L'Agricoltura si serve infatti di Agroecosistemi, ovvero di ecosistemi modificati e fortemente antropizzati, in cui uno o più elementi della biocenosi (ovvero l'associazione di diversificate specie animali e vegetali in stretto equilibrio fra essi) assumono una posizione di privilegio rispetto ad altri. In questi sistemi l’equazione diviene PT > CA + CE e pertanto la diversificazione presente rispetto l'ecosistema originario è alienata, con proliferazione, non solo degli organismi utili all'uomo agricoltore, ma anche di tutte le nicchie ecologiche di quegli organismi che, in un ecosistema sbilanciato, potrebbero minare la sopravvivenza di altre specie.

È il caso dei sistemi agricoli basati sulla presenza di una o poche specie vegetali e/o animali, come nell’agricoltura monocolturale (coltivazione e successione della stessa specie agraria allevata per uno o più cicli l’anno, senza rotazioni e/o consociazioni), la quale determina una forte pressione verso bilanci estremamente positivi per le poche specie favorite facilitando, di contro, pressioni selettive verso parassiti e fitofagi specializzati.

Tipico esempio sono le coltivazioni di ortaggi degli agroecosistemi chiusi come nelle colture protette. La monocoltura di solanacee, cucurbitacee, ecc., porta all’aumento di specie fitofaghe e fitoparassite specializzate, come Aleurodidi, Acari Tetranichidi (Ragnetti Rossi) e Tarsonemidi (Eriofidi), Lepidotteri e Microlepidotteri (Nottue e Tignole), Peronospore, Muffe, Oidi, ecc… la cui crescita è dettata dalla presenza costante delle colture bersaglio coltivate per più cicli biologici.

In un agroecosistema quindi, il bilancio energetico tende, grazie alla pressione selettiva nei confronti delle specie antagoniste, a ritornare “nullo”, come per un ecosistema mediamente maturo. Questa tendenza spontanea risulta controproducente per l’attività antropica e agricola, in quanto orientata ad abbassare la produzione vegetale monospecifica, determinando quelle che sono conosciute come perdite nei raccolti e quindi perdite monetarie e produttive. È superfluo ricordare come spesso pure la Qualità dei raccolti ne possa essere minata o comunque modificata, in positivo o in negativo per il consumatore medio.

Da qui l’esigenza, per un agroecosistema, di adottare dei criteri di lotta alle specie definite in senso ecologico come “regolatrici”, ma veri e propri parassiti infestanti le specie vegetali favorite nel senso agraecologico.

Questa esigenza sta alla base di tutta la Fitoiatria moderna e prevede la possibilità di impiegare soluzioni variegate, a diverso impatto nei confronti dell’ambiente, dell’uomo e degli animali degli ecosistemi contigui e/o collegati agli agroecosistemi.

Dott. Francesco Maugeri, Agronomo 
Laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie - Gestione dei Sistemi Agroambientali: Produzioni Animali in Ambiente Mediterraneo. Lavora come libero professionista, Tecnico di Campo e Consulente Fitosanitario, nella produzione e difesa di ortaggi in ambiente protetto e pieno campo, convenzionale, integrato e biologico, stilando disciplinari di produzione e fitoiatrici presso le aziende agricole e di servizi. 

lunedì 11 settembre 2017

Soia e cancro al seno: ecco cosa dice il nuovo studio


Dopo il recente studio pubblicato a marzo 2017 su Cancer in cui viene mostrato che una dieta ad alto contenuto di isoflavoni nelle donne con cancro al seno, non è associata ad una maggiore mortalità, impazzano sui blog vegani articoli a favore della soia, suggerendo di promuoverne addirittura il consumo, per i grandi benefici che questo alimento apporterebbe alla salute. Ma cosa mostra davvero lo studio e quali sono i suoi risultati? Analizziamolo passo dopo passo.

Nei metodi dello studio vediamo subito che sono state analizzate 6235 donne di etnie miste, con cancro al seno, per valutare l’associazione tra assunzione di isoflavoni, i principali fitoestrogeni della soia, con la mortalità per tutte le cause: questo è uno dei limiti dello studio, in quanto la mortalità per tutte le cause comprende anche ad esempio, incidenti con la macchina, che non c’entrano niente con l’assunzione di isoflavoni. Più corretto sarebbe stato focalizzarsi sulla mortalità dovuta esclusivamente al cancro al seno, come spiegato dagli stessi autori:

Il risultato del nostro studio è limitato alla mortalità per tutte le cause, che ci impedisce di valutare la mortalità specifica del cancro al seno, le recidive e altri endpoints prognostici. Studi precedenti di donne con cancro al seno hanno indicato che dal 48% al 70% di tutte le morti sono causate dal cancro al seno. Inoltre mancano anche le informazioni sulle comorbidità, che potrebbero influenzare la mortalità per tutte le cause”.


Un'altra debolezza dello studio è che l’introito di isoflavoni è stato calcolato tramite questionari: si tratta di un’“autodichiarazione” che è soggetta ad errori, come spiegato dagli stessi autori:

Alcune limitazioni di questo studio dovrebbero essere considerate quando si interpretano i nostri risultati. In primo luogo, l'uso di un FFQ per valutare l'assunzione di isoflavoni dalla dieta è soggetto a errori di misurazione nella stima dell'assunzione assoluta”.

Osserviamo inoltre che il maggior tasso di sopravvivenza si è avuto nelle donne che hanno seguito anche uno stile di vita più salutare: attività fisica, normopeso, niente fumo, niente alcool ecc.… e anche questo ha avuto una sua influenza sul risultato finale, come spiegano gli stessi autori:

Altro limite dello studio, l'assunzione più elevata di isoflavoni è stata associata a fattori socioeconomici e di stile di vita, come l'istruzione, il BMI, l'attività fisica, il fumo di sigaretta e il consumo di alcol. Le donne che consumavano elevati livelli di isoflavoni dalla dieta sono risultate le americane asiatiche, giovani, in premenopausa, fisicamente attive, più istruite, non in sovrappeso né obese, mai fumatrici e non bevevano alcool oppure meno di 7 bevande a settimana”.

È interessante notare che le donne americane asiatiche sono risultate quelle col maggior introito di isoflavoni e quelle che hanno mostrato una protezione maggiore. Questo andrebbe in linea con i risultati dello studio del 2011, che dopo aver analizzato la letteratura precedente, conclude che:

«L’assunzione di isoflavoni della soia è associata a una riduzione del rischio di incidenza del cancro al seno nelle popolazioni asiatiche, ma non nelle popolazioni occidentali».

Questo fa pensare che esistano differenze nella capacità di digerire la soia e di trarne i benefici, per cui gli orientali sembrano più «adatti» di noi. Alcuni studiosi infatti sostengono che i batteri che comunemente abitano l’intestino delle popolazioni orientali, che si cibano di soia da molto più tempo di noi, si siano adattati negli anni a digerire la soia, divenendo più in grado di sfruttare non solo le proprietà nutrizionali di questo alimento, ma anche quelle benefiche degli isoflavoni.

Inoltre non è da sottovalutare anche la differenza nelle modalità di consumo della soia tra oriente e occidente: secondo tradizione orientale la soia viene sottoposta a lunghe fermentazioni e consumata insieme a pesce e carne, non di certo in sostituzione dei prodotti animali e sotto forma di surrogati dalle proprietà discutibili, come avviene oggi in occidente.

Ma di quanto è stato l’introito di isoflavoni e la conseguente riduzione della mortalità per tutte le cause? Come descrivono gli autori:

L'assunzione di isoflavoni media ± la deviazione standard è stata di 1,8 ± 3,9 mg al giorno e l'assunzione media è stata di 0,7 mg al giorno. Le donne nel quartile più elevato di assunzione di isoflavoni (≥ 1,5 mg / d) hanno avuto una riduzione del 21% in tutte le cause di mortalità rispetto alle donne del quartile minimo (<0,3 mg al giorno)”.

Questo è un introito molto basso, paragonato a quello delle donne che vivono in Asia, dove abbiamo quantità variabili dai 10 mg ai 45 mg al giorno, facendo supporre che le donne che vivono nel nord America, possano trarre benefici aumentando l’assunzione di isoflavoni.

Ma c’è da sottolineare che il potenziale beneficio può essere limitato alle donne che presentano recettori negativi all’ormone tumorale (ER negativo) o a coloro che non ricevono la terapia ormonale. Nelle donne con tumore recettivo agli estrogeni (ER positivo), che rappresenta circa il 70% dei casi, la terapia più usata è quella ormonale, come il tamoxifene, che agisce impedendo agli estrogeni di legarsi ai recettori. In questo studio è stato osservato che l'elevata assunzione di isoflavoni è stata associata in modo significativo ad una riduzione della mortalità per tutte le cause solo tra le donne ER negative. Altri studi suggeriscono che gli isoflavoni della soia possono interagire con la terapia del tamoxifene e potenzialmente ridurre l'effetto del trattamento del cancro.


Tuttavia il nostro studio non ha indicato un impatto negativo degli isoflavoni sulla mortalità per tutte le cause delle donne che hanno ricevuto terapia ormonale. Tra coloro che non hanno ricevuto terapia ormonale come parte del loro trattamento del cancro, l'assunzione di isoflavoni elevata è stata associata a riduzione della mortalità per tutte le cause. Questi risultati, presi insieme, possono indicare che gli isoflavoni dalla dieta probabilmente non abbiano un impatto negativo sulla sopravvivenza delle donne che ricevono la terapia ormonale; tuttavia, il potenziale beneficio può essere limitato solo alle donne che presentano i recettori negativi o a coloro che non ricevono terapia ormonale”.

Insomma studiare la relazione tra fitoestrogeni e cancro non è semplice ed è ancora un tema molto dibattuto. Le variabili in gioco sono molteplici, come ad esempio le diverse caratteristiche genetiche delle popolazioni coinvolte, la loro capacità di metabolizzare e rispondere agli isoflavoni e le loro diverse abitudini alimentari, considerando anche il fatto che i fitoestrogeni sono contenuti anche in altri alimenti, che interagiscono tra loro e possono dare un effetto piuttosto che un altro.

Non possiamo dunque promuovere il consumo di soia con leggerezza, vista l’assenza di conclusioni certe. Ricordiamo che gli isoflavoni sono "distruttori endocrini", cioè distruggono letteralmente il nostro sistema endocrino, interferendo con i nostri ormoni, come quelli sessuali e tiroidei. Per cui, specialmente dopo una diagnosi di tumore, è importante discutere con il proprio oncologo su cosa sia meglio portare in tavola e dell'eventuale rischio legato al consumo di fitoestrogeni, di cui comunque è sempre opportuno evitare di assumerne in quantità eccessiva.

Meglio dunque essere cauti ed evitare gli eccessi, finché non sarà possibile giungere a risultati conclusivi. 

Per saperne di più sulla soia: "La soia fa bene o fa male?" Edizioni L'Età dell'Acquario.